Meno male che mi trasferisco a Londra.
martedì 26 marzo 2013
venerdì 22 marzo 2013
Prediction
Scrivo oggi per bullarmi in futuro con i posteri.
Se un giorno B non potesse ricandidarsi alla guida del Pdl, sostanzialmente nel caso dell'avverarsi di due scenari non troppo improbabili quali:
a) un testa a testa con Renzi
b) il voto sulla sua ineleggibilità
tirerà fuori il coniglio dal cilindro:
Marina Berlusconi.
Se un giorno B non potesse ricandidarsi alla guida del Pdl, sostanzialmente nel caso dell'avverarsi di due scenari non troppo improbabili quali:
a) un testa a testa con Renzi
b) il voto sulla sua ineleggibilità
tirerà fuori il coniglio dal cilindro:
Marina Berlusconi.
martedì 19 marzo 2013
Non è un paese per donne grasse
Maschilismo bipartisan.
Come dargli torto.
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Vauro non fa ridere
lunedì 18 marzo 2013
La situazione è un po' più complessa
Un giorno – a scanso di apocalissi casaleggiane nel breve
termine - noi nativi digitali dovremo farci i conti: su internet è di dominio
pubblico una quantità troppo grande del
nostro privato. Ad esempio, se io un giorno dovessi essere in lizza per la
presidenza della Repubblica, dovrei rispondere di aver minacciato di mettere le dita negli occhi di Travaglio. Intanto, in attesa di una moratoria generale,
ci si può godere lo spettacolo dello schianto del popolo della rete contro la
crudeltà della dimensione pubblica. In due settimane, sono state beccate una
filofascista, una che aveva giobbato sul curriculum (anche se la situazione è un po' più complessa), gente che ammette di aver votato già dal
secondo giro contro le direttive, una che si vanta di comportamenti infantili e
scorretti nei confronti di un ex-ministro, uno che crede a Zeitgeist e ai
microchip etc. 1 Ora che Claudio Messora è stato nominato dall’alto responsabile
della comunicazione, spunterà fuori il suo passato (e presente) complottista. Basta fare una ricerca, per esempio sulle sue opinioni sulle previsioni dei terremoti. Sono tutte storie, al di là della reale
gravità della cosa in sé (spesso le accuse sono sproporzionate), nate nel web o cresciute nel
tam-tam del web. Quelle dichiarazioni stanno lì, in mezzo a migliaia di altre di tutt'altro tenore e qualità, ma stanno lì e non puoi smentirle. La Bindi, per dire, non ha di questi problemi: se deve dire che
la Carfagna fa i bocchini lo dice fra amici, non davanti a un pubblico
potenzialmente infinito. Né sapremo mai sei D’Alema crede agli Ufo.
Altro discorso è la violenza intransigente del dibattito
politico online, ma più in generale di tutte le nicchie di indignados: non si muove foglia che non arrivi qualcuno a sfanculare tutti e a minacciare di impiccagione sulla pubblica piazza qualcun altro. Per
completezza rimando al post di Sofri, che è come al solito il più completo e sintetico sull'argomento
(per favore dammi un lavoro al Post). La cosa paradossale è vedere il paladino
dell’anticensura che censura migliaia di commenti e il paladino del giornalismo dell'insulto personale che si lamenta se lo insultano. Lo avete allevato voi questo popolo di
pasdaran del vaffanculo, ora godetevelo.
Ultimo punto divertente delle conseguenze del ridicolo uso strumentale del web come purificatore di ogni male del mondo è che tutti quelli che “è tutto sul web” poi sul web non ci hanno messo niente. In primis, Renzi e Grillo. Non sto insinuando che con quei soldi ci si siano fatti gli affari loro, o più in generale che internet non sia uno strumento straordinario per la partecipazione politica, dico solo che la situazione è un po' più complessa.
1) aggiornamento: in queste ore internet inchioda anche Serenella Fucksia (Senato, Marche) che dà della raccomandata alla Boldrini e poi elimina lo stato di Facebook.
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sabato 16 marzo 2013
Due destini
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venerdì 15 marzo 2013
Bersani a Colono
"io che fui generato da chi non dovevo, e con chi non dovevo mi congiunsi" (Edipo Re, Sofocle)
Antefatto
![]() |
| Laio, in un momento di relax |
In un tempo avvolto dalle nubi del passato, comincia la
travagliata storia della maledetta progenie di Laio. Un giorno Laio viene invitato a cena dal re del
Peloponneso – per l’appunto, Pelope: era già cominciato il vizio di mettere il proprio nome sui possedimenti -. Qui si macchia di una colpa che le divinità dell'elettorato - sanguigne, mediterranee, vendicative - mai gli avrebbero perdonato. Mai, mai, mai. Sarà
stata la crostata della moglie di Pelope, ma Laio ci cade e fa la Bicamerale (ma non solo) con i peloponnesiaci. E come in ogni tragedia che si rispetti, la colpa dei
padre sarebbe ricaduta sui figli. Altrove forse, patti come questo sarebbero stati normali, ma non nella Grecia del medioevo ellenico. E soprattutto non con certa gente.
Edipo Re: la tragedia
Il baldanzoso figlio di Laio, Edipo, ce la stava mettendo
tutta per riprendersi dalla brutta pubblicità che il padre gli aveva fatto con
gli dèi. Aveva anche fatto fuori, pur involontariamente, Laio
stesso. La cosa si sarebbe potuta chiudere lì. Ma gli dèi sono crudeli, e non
perdonano le unioni contro natura, incestuose, innaturali. Ed Edipo, sempre maledetto dalla sfiga in quanto figlio di Laio, era andato a letto con l'arcigna madre tecnica. Quando la realtà si manifesta in tutta la sua crudeltà, il poveretto si acceca, in preda
allo sgomento. "Pianto, sventura, morte, obbrobrio e quante sventure hanno un nome, e nessuna è esclusa": in quest’orgia di sadismo finisce la prima tragedia di Sofocle. Ma non è tutto.
Edipo a Colono: lo strano epilogo e la strana coppia
C’è una seconda tragedia di Sofocle, più ostica e meno
conosciuta, che riabilita il nostro Edipo, certo non in vita, ma nei frutti delle sue
ultime azioni e nell'eleganza del suo congedo dal mondo crudele.Un barlume di luce per la
genia dei Laiadi. La trama in pillole: Edipo, accecato e mazziato, se ne va a Colono, sobborgo di
Atene, e lì tutti lo schifano. Solo il giovane re Teseo rimane fedele alla
ditta e lo difende. La tragedia si chiude con una scena misteriosa, in cui
Edipo scompare misteriosamente in un boschetto sacro alle Eumenidi,
accompagnato da Teseo:
Edipo: O luce senza luce per me, un tempo in qualche modo fosti pur mia, e ora per l’ultima volta il mio corpo ti tocca! Ecco, io muovo a nascondere nell’Ade la suprema ora di vita: e tu [a Teseo], il più caro degli ospiti, tu e questo paese e i tuoi uomini abbiate buona sorte, e nella prosperità ricordatevi di me, quando sarò morto, per sempre felici!
E se lo dice un veggente come Edipo, ci si può fidare. Una una
morte-non-morte, per una tragedia-non-tragedia senza parricidi o omicidi vari (anche se i figlioli di Edipo di lì a breve si sarebbero scannati di
brutto): solo una luce bianca in fondo al tunnel, e un presagio di prosperità per l’Atene di Teseo.
Siamo un paese che crede nel peccato originale: ci sono colpe che non si lavano. Colpe che non smettono di rinfacciare, e a cui non c'è scusa da dare che tenga. Ecco, noi abbiamo quel tipo di colpa lì. La nostra stirpe maledetta c'è chi non la voterà mai, mai, mai, nonostante il responsabile della colpa primigenia sia fuori dai
giochi, e che tutte le sue – impopolari - posizioni ultimamente siano state prontamente
smentite dai fatti. Che noi siamo diventati altro da quelli lì, lo sappiamo, ma evidentemente non basta. Bisogna cambiare stirpe, puntare su Atene e su questo ragazzino. Senza però dare colpe a Edipo. Magari, ecco, a Laio eviterei di dedicare delle sezioni.
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mercoledì 13 marzo 2013
Volemose Bene Comune
![]() |
| Loro si vogliono unsaccobbene. Per questo vincono |
Modulo 0001 - Per la pace perpetua
Io ................... .................... , elettore di Bersani/Vendola/Puppato/Tabacci alle primarie del 25-11-2012/ del 02-12-2012/ di entrambe le date [barrare opzioni non desiderate],
VISTO
Il risultato delle elezioni nazionali del 24 e 25 febbraio 2013
PRENDENDO ATTO
Che abbiamo preso una sveja che levate.
Che la comunicazione del Pd ha fatto seriamente schifo.
Che siamo finiti in balia di una banda di matti.
VISTE INOLTRE
Le differenze risibili fra il programma finale di Italia Bene Comune e il programma di Matteo Renzi
AUSPICANDO
Una sintesi di compromesso, rapida ed efficiente, fra le posizioni principali sui punti discordanti fondamentali, quali:
1a) rimborsi elettorali ai partiti
1b) riforma del lavoro
AFFERMO QUANTO SEGUE
in pieno possesso delle mie facoltà fisiche e mentali, dichiaro di sostenere l'eventuale candidatura (con o senza primarie) di Matteo Renzi alle prossime elezioni politiche,
2a) pur non impegnandomi a sostenerlo nelle eventuali primarie.
2b) senza lamentarmi, battere i piedi per terra, fare lo spocchioso o fare a gara a chi è più di sinistra.
2c) dando una lezione di stile ai renziani capricciosi che hanno fatto il salto della quaglia.
2a.1) impegnandomi a sostenere il sopra menzionato nelle eventuali primarie [clausola opzionale]
.......................................... (firma per sottoscrivere la clausola opzionale)
ALLE SEGUENTI CONDIZIONI
3a) Non mi si venga a rinfacciare niente. Ad es. la riforma di Renzi sul mercato del lavoro è comunque rischiosa e anche relativamente brutta per i miei gusti, ma è sempre la cosa migliore che abbiamo. Il candidato da me precedentemente votato era meglio, ma i risultati ci hanno detto il contrario. Ah, e si può anche cambiare idea.
3b) Le merde non le voglio. Gente come Adinolfi, Zingales o Ichino, che se ne vanno con il pallone in mano, nella mia coalizione non hanno posto. O meglio, devono ricominciare da capo: si iscrivano e vadano a servire ai tavoli alle feste dell'Unità. Poi, dopo una ventina d'anni, possono parlare di nuovo. No, comunque Adinolfi neanche fra vent'anni.
3c) Basta con il fuoco amico e con i diversi di sinistra. E soprattutto basta dire che "il Pd non si è preso le responsabilità": l'abbiamo detto, abbiamo perso. Che dobbiamo fare? In ginocchio sui ceci? Tre giorni di digiuno in saio nella neve davanti alla Leopolda? Farci dei tagli sugli avambracci e postare le foto con l'hashtag #cutsforRenzi? Basta, veramente.
3d) Nessuno tocchi Pierluigi Bersani.
In fede,
............................................
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giovedì 7 marzo 2013
Affinità-Divergenze fra il compagno Bersani e noi
Ovvero: perché non sono poi così d’accordo sulla presentazione degli otto
punti.
In questi giorni stiamo parlando un po’ tutti del nulla. Che novità eh. È il giornalismo italiano, baby. Stiamo parlando del nulla: arriva sempre qualcuno che smonta tutto dicendo che Grillo dirà di no e si andrà a nuove elezioni (cosa che auspico). Mettiamo che vada così. Faremo le primarie, ci faremo andar bene Renzi (magari con un'alleanza Giovani Turchi-Liberal, così vediamo se hanno il coraggio di farlo davvero, il grande balzo in diagonale), proveremo questo Piano B e come va, va. Renzi non è Voldemort, d'altronde abbiamo votato Rutelli. Se si perde di nuovo, le abbiamo provate tutte, non c’è proprio niente da fare, ci ripeteremo che siamo un paese di Destra e tutte le stronzate che ci diciamo da settant'anni a questa parte. Ma stasera voglio fare una previsione ottimista (è l'alcol!): a sinistra voteranno mestamente Renzi come hanno votato Veltroni, Vendola sarà fedele, la zona Monti verrà prosciugata, la componente emotiva dell'elettorato di Grillo rinsavirà e B. si ritroverà disarmato davanti a uno con la metà dei suoi anni. Gli ultimi due punti sono largamente opinabili ma mettiamola così, rose e fiori, sul piano puramente strategico: la tattica e gli imprevisti verranno dopo. Basta che si realizzino tre o quattro dei cinque punti elencati per farcela. Tanto Draghi ci ha rassicurato: non è che ci sfugge il Paese dalle mani se perdiamo altri tre mesi. È un bel quadretto no? Potevamo pensarci prima, direte, ma la politica è una scienza: si procede per esperimenti; noi bersanian-copernicani pensavamo di poter far girare la terra su orbite circolari (che son più belle), invece i conti non tornano e tocca farle ellittiche. Ci fa un po’ strano, ma i numeri sono numeri e Keplero è sempre meglio dell’eliocentrismo. Il problema maggiore di questo scenario di conseguenze a cascata ottimisticamente verosimili è però a monte. Il problema è se Grillo dice di sì. È una possibilità, secondo me pericolosa, che nessuno ha ancora valutato in modo serio, sicuri come siamo che dica di no.
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mercoledì 6 marzo 2013
Esercizi di stile
Mentre le partite di calcio ci tengono incollati come dei
dementi davanti alla televisione in questo paese si è consumato un Colpo di
Stato. La nostra Costituzione, che in ogni sua piega vuole evitare a tutti i
costi una svolta dittatoriale, viene violata sistematicamente e oggi criticata
apertamente. La strada l’aveva aperta Berlusconi, con la sua opera di
progressiva demolizione degli strumenti che garantivano la partecipazione
politica e la sua operazione mediatica volta a incapsularci
il virus dell’individualismo, del leaderismo e – politicamente – del presidenzialismo.
La strada l’aveva aperta Berlusconi, riuscendo così a cementare un’ “opposizione”
altrettanto anti-istituzionale, altrettanto arrivista e altrettanto fascista
che è opposizione solo a parole: nei fatti è un Berlusconismo che si giustifica
in nome dell’antiberlusconismo. Di Pietro, Travaglio, Grillo… Tutti tentativi
di controllo del Parlamento e del Paese, della stessa matrice del Piazzista di Arcore. E ora ci sono usciti: la nostra
democrazia è appesa al filo del Movimento 5 Stelle… un bel nome, pieno di belle
parole, che ne nasconde un altro, che usano fra di loro: il Sistema. La
gerarchia del Sistema è chiarissima: al vertice gli interessi dei maggiorenti di
RCS e Mediaset che monopolizzano l’informazione, quindi lo stratega e l’ideologo
Casaleggio, quindi gli anchormen per le masse (Berlusconi, Grillo, Flores D’Arcais,
Mentana, Sergio Di Cori Modigliani, Santoro,Stella e Rizzo), quindi via via i
loro partiti, movimenti o trusts più o meno consci del programma che si sta portando
avanti. Il fine del complottismo programmatico che ha cresciuto un quarto degli italiani è chiarissimo: Gaia nascerà dalla terza guerra mondiale e dallo
sterminio di cinque sesti della popolazione. In quei cinque sesti probabilmente
ci saranno molti arabi, vista la tendenza filoisraeliana –esplicita o
implicita- del Sistema. Andatevi a risentire quando Grillo, a teatro, davanti
ai suoi, si lasciò sfuggire come vanno trattati, secondo lui, i marocchini: a
mazzate. Ma la gente ha fiducia negli specchietti per le allodole e non capisce
che sono tutti complici: una nuova casta spregiudicata e ambiziosa che vuole
sostituire quella attuale per controllare il Paese e far saltare in aria l’Europa.
Il Sistema è davanti ai nostri occhi: gli autori de “La Casta” hanno come
editore un gruppo controllato da Mediobanca, che è controllato da Berlusconi;
dietro i blog di Grillo e Di Pietro c’era Casaleggio, dietro Chiarelettere c’è
Casaleggio, e chi è azionista del Fatto Quotidiano? Chiarelettere! Mentana è
stato lanciato da Canale 5 che è di Berlusconi, e ora, con tanti altri del
Sistema, è a La7, che è stata acquisita (ormai apertamente: questi non hanno
pudore!) da Urbano Cairo, lacché di Berlusconi! Etc etc etc.Ecco, così parlerei se fossi un complottista. Uno di quelli che pensa che chiunque sia in televisione o in parlamento o a capo di un’azienda sia lì per mangiarci in testa e ci sia arrivato perché ha fatto un patto con chissà quale demonio che ci mangia in testa a un livello superiore. Le cose non stanno così: la vostra Verità non è esclusiva, non è completa, non è condivisibile da tutti. E’ una parzialità che evidentemente raccoglie consensi, ma non un consenso compatto. Per quanto si possa discutere sulla sua efficacia, quella di Chàvez - visto che siamo in tema - non è democrazia: è una delegazione volontaria delle responsabilità a un singolo. Secondo i riti della democrazia, ma non secondo i suoi principi. La democrazia funziona con l'alternanza e la pluralità. E se c’è qualcosa che la democrazia dovrebbe averci insegnato è che si sbaglia, e si sbaglia anche in massa, quando si va verso il Partito Unico, il Libro Unico, il Blog Unico, il Pensiero Unico. E, lasciatevelo dire, il vostro Pensiero Unico sul complotto giornalistico-politico-economico è altrettanto assurdo quanto il mio esercizio di stile. Semplicemente, c’è gente che la pensa in un modo diverso. Questo vi sfugge. Ci sono altre persone diverse da voi, non ci sono dei "loro" al soldo chissà quale lobby. Ed è davvero intollerante (e fascista) ingannarli, minacciarli, circondarli, costringerli ad arrendersi o a uno stallo politico pur di non mettere in discussione il Pensiero Unico. L’arma della Democrazia è la sintesi, il confronto che voi rifiutate. Chissà perché. Magari se ci fosse un confronto, la Gente si SVEGLIAA!!!1! e capisce che siete del Sistema.
P.s.: nel Sistema, c’è anche D’Alema, è un infiltrato.
P.p.s.: fatevi una seria ricerca su chi è Sergio Di Cori Modigliani.
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venerdì 1 marzo 2013
Steinbrueck 2013
Gli italiani non sono mai usciti dalle scuole medie. Dove
non si poteva parlare di Paolo Uccello, di Lutero o, peggio, della tettonica
senza dieci minuti di risolini ebeti. Una risata ci sta seppellendo, smettetela
di ridere. Niente più della politica è roba da ridere in Italia e, per
continuare il mio personale “tutti a casa” contro il giornalismo italiano, l’unico
giornalismo serio in questo paese è quello sportivo. Su Totti non si scherza. Ma su tutto il resto, sono mesi che ridiamo, che ci rispondiamo per calembour a 140 caratteri, me compreso. Il Pd si è fatto
dettare lo slogan da un comico; Berlusconi raccoglie standing ovation su un
doppio senso da Bagaglino; il giornale d’opinione che più ha contato in questa
campagna elettorale (al solito, il Fatto, ma è una battaglia personale) ha più
battute, vignette, satira e nomignoli che informazioni degne di questo nome; i
talk show fanno il picco di ascolto con Crozza o Vauro e, ovviamente, le
elezioni le ha vinte un comico. Non il suo movimento, ma quel Grillo che
ha probabilmente ricevuto il maggior numero di preferenze alle regionali pur
non essendo candidato. L’acme dello stereotipo dell’italiano volgare e
ridanciano l’ha raggiunto un programma come gli Sgommati, che è Il
Male Assoluto. Mi fa schifo, ma lo guardo perché bisogna conoscere Il Nemico. Il Nemico
è la comicità, quel tipo di comicità, ma soprattutto l'onnipresenza del comico nelle cose importanti. Gli Sgommati siamo noi. La comicità muove il voto di pancia, solletica il nostro "basso".
Quando Steinbrueck dice che hanno vinto due clown, coglie il punto critico centrale,
antropologico di questo Paese. Un riso spassionato, volgare, propriamente comico, che sta smaterializzando agli occhi degli italiani il casino a cui andiamo incontro. Ma il paese reale è una questione maledettamente seria.
Gli opinion-maker della fazione sconfitta non hanno trovato di meglio
che farsi due risate sulla sveglia presa. E' bastato lo choc di un giorno per tornare all'occupazione per cui più si ritengono indispensabili a questo Paese: i fini umoristi. Lo trovo agghiacciante. C’è chi ha parlato prima di
me e meglio di me sul perché il Movimento Cinque Stelle non è il fascismo. A
mio parere, ciò che difetta in violenza è compensato dal suo carattere ridanciano e aggressivo. Quando
Pirandello omaggiava in “c’è qualcuno che ride” il carattere eversivo del carnevalesco
nella serietà oppressiva di un consesso infernale paramilitare, non poteva
immaginare che un giorno, mentre tutti ridono, la mosca bianca sarebbe stato quello che avrebbe detto: “c’è qualcuno che ride, non è il momento di ridere”. Io non rido più. Per anni abbiamo gridato Nanni
Moretti presidente, Benigni presidente, Crozza presidente. Quante cose giuste
che dicono i buffoni di corte! Forse la Verità si può dire solo ridendo!? Oggi, ma è una tendenza latente già da un pezzo, i rapporti di forza fra "basso" e "alto" si sono rivoltati. In epoche più grige della nostra, intellettuali di ogni colore si sono spesi in parole di lode per la demistificazione umoristica, dell'esorcismo del riso contro la morte e il male. Bachtin, Pirandello, Bergson. Ho fatto fatica a ricordare qualcuno che si sia alzato per dire che sono solo stronzate. Forse può venirmi in aiuto solo quel simpaticone di Sartre, quando sosteneva che l'appagamento del riso è un vile metodo per confermare lo status quo e stigmatizzarne le devianze. Così questa risata di pancia tutta italiana mette a tacere ogni speranza di una svolta verso una serietà Europea, che, nel suo piccolo, poteva scaturire da queste elezioni (almeno dal punto di vista della forma). E ora
che la risata di pancia ha vinto? Che ogni turpiloquio è stato sdoganato? Per
quanto ci sarà ancora da ridere?
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Tettonica a zolle
sabato 23 febbraio 2013
Kipling 2013
Se
avesse vinto Renzi,
il Pd sarebbe al quaranta.
Al cinquanta.
Non ci sarebbe Berlusconi,
né Monti, né Grillo.
Se
avesse vinto Renzi,
splenderebbe il sole.
Farebbero trenta gradi.
Sarebbe già Pasqua.
E i coniglietti
saltellerebbero gaii
e potrebbero sposarsi
con l'unione civile
all'Inglese.
Che sogno.
Se
avesse vinto Renzi,
potremmo tenerci tutti per mano,
e volare lontano.
Mentre il mondo
pian piano scompare
negli occhi tuoi blu
Se
avesse vinto Renzi,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età.
Se
avesse vinto Renzi,
convaliderebbero
il gol di Turone
E Byron Moreno
chiederebbe scusa.
Se
avesse vinto Renzi,
Adinolfi farebbe la Ducan,
e con Fassino,
sai che puntatone
di "grassi contro magri".
Se
avesse vinto Renzi,
il Monte dei Paschi
sarebbe al sicuro.
Se
avesse vinto Renzi,
potremmo baciarci
in piedi. Contro le porte
della notte.
Se
avesse vinto Renzi,
camminerebbe con i Re
senza perdere il contatto
con la gente.
Anzi, laggente.
Se
avesse vinto Renzi,
Saviano presidente
della Repubblica.
Tiziano Ferro
capolista al Senato.
Se
avesse vinto Renzi,
potremmo guardarci
negli occhi
e dirci "io ci credo".
Se
avesse vinto Renzi,
vivremmo finalmente
il sogno della
flexsecurity.
Se
avesse vinto Renzi,
mio nonno avrebbe tre palle,
e sarebbe un flipper.
(che poi in realtà
il flipper ne ha una sola,
è sempre la stessa che gira).
Potremmo giocarci,
- col flipper, intendo -
come negli anni novanta.
E intanto al juke-box
canterebbe Jovanotti:
"io lo ſo che non ſono ſolo
anche quando ſono ſolo".
Se
avesse vinto Renzi,
sole, vento, vino,
trallallà.
Se
avesse vinto Renzi,
tornerebbero
le mezze stagioni.
E potremmo
vestirci a cipolla,
come dicevano
le mamme di una volta.
Ma.
C'è un ma.
Se
avesse vinto Renzi,
voteremmo
di nuovo
anche D'Alema.
Fatevi due conti.
avesse vinto Renzi,
il Pd sarebbe al quaranta.
Al cinquanta.
Non ci sarebbe Berlusconi,
né Monti, né Grillo.
Se
avesse vinto Renzi,
splenderebbe il sole.
Farebbero trenta gradi.
Sarebbe già Pasqua.
E i coniglietti
saltellerebbero gaii
e potrebbero sposarsi
con l'unione civile
all'Inglese.
Che sogno.
Se
avesse vinto Renzi,
potremmo tenerci tutti per mano,
e volare lontano.
Mentre il mondo
pian piano scompare
negli occhi tuoi blu
Se
avesse vinto Renzi,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età.
Se
avesse vinto Renzi,
convaliderebbero
il gol di Turone
E Byron Moreno
chiederebbe scusa.
Se
avesse vinto Renzi,
Adinolfi farebbe la Ducan,
e con Fassino,
sai che puntatone
di "grassi contro magri".
Se
avesse vinto Renzi,
il Monte dei Paschi
sarebbe al sicuro.
Se
avesse vinto Renzi,
potremmo baciarci
in piedi. Contro le porte
della notte.
Se
avesse vinto Renzi,
camminerebbe con i Re
senza perdere il contatto
con la gente.
Anzi, laggente.
Se
avesse vinto Renzi,
Saviano presidente
della Repubblica.
Tiziano Ferro
capolista al Senato.
Se
avesse vinto Renzi,
potremmo guardarci
negli occhi
e dirci "io ci credo".
Se
avesse vinto Renzi,
vivremmo finalmente
il sogno della
flexsecurity.
Se
avesse vinto Renzi,
mio nonno avrebbe tre palle,
e sarebbe un flipper.
(che poi in realtà
il flipper ne ha una sola,
è sempre la stessa che gira).
Potremmo giocarci,
- col flipper, intendo -
come negli anni novanta.
E intanto al juke-box
canterebbe Jovanotti:
"io lo ſo che non ſono ſolo
anche quando ſono ſolo".
Se
avesse vinto Renzi,
sole, vento, vino,
trallallà.
Se
avesse vinto Renzi,
tornerebbero
le mezze stagioni.
E potremmo
vestirci a cipolla,
come dicevano
le mamme di una volta.
Ma.
C'è un ma.
Se
avesse vinto Renzi,
voteremmo
di nuovo
anche D'Alema.
Fatevi due conti.
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lunedì 18 febbraio 2013
The Italian patient
![]() |
| Che comunque è un film di merda. |
È tanto che non scrivo. Ma che ci volete fare, ho avuto i
miei impegni. Tipo capire cosa devo fare della mia vita, aggiornamenti non
richiesti in seguito. Veniamo alla sostanza. Oggi si parla di Ego.
"Two extraordinary things happen when you cross the Alps into
southern Europe. First is that the law becomes an alien, rude and presumptuous
intrusion into personal affairs that is best ignored. Second is that the height
of the Alps themselves are dwarfed by individual egos. Potentially, there are
as many political parties in Italy and Greece as there are candidates for
office. An agreement between any two politicians is considered an unstable
coalition."
(commento a un articolo del Financial Times Online. Per
leggerlo dovete registrarvi. È facile. Magari vi fate un’idea su come si fa
giornalismo)
Possiamo considerare l’Italia - l’Italia che conta e che va
in Tv, certo, non il paese reale, il paese reale non esiste, fuori dall’Ariston
ci sono solo degli spettri, animule
vagule blandule senza voce - come un enorme lazzaretto. La malattia
italiana è l’Ego. Un Ego fuori controllo, tiranno di ogni cosa, egoista,
egocentrico, egoico, per dirla con Fichte. Sostanzialmente gran parte di ciò
che ha balbettato il mondo della politica, del giornalismo e dell'economia italiani è stato “io, io, io”. Le idee in questo paese non camminano mai da sole. Si
riciclano e si incarnano in personalità smisurate e detentori della verità,
riducendo tutto a una sorta di star-system. Ci sono i partiti dell’Ego: il Pdl
è l’esempio più lampante ma per dire, anche Rivoluzione Civile si fonda sull’Ego,
e non su altro. Più che un partito, sembra l’Isola dei Famosi, l’ultima
spiaggia per ex-starlettes che si ritengono troppo importanti per essere
dimenticate. Il collante sono gli Ego: quelli di Di PiEgo, FerrEgo ed
Egogistris che pur di continuare ad avere diritto di parola hanno resuscitato
un povero cristo come Ingroia. Magistrato strapieno di sé che per continuare
testardamente la propria battaglia si è prestato a un movimento narcisistico
quanto velleitario che rischia di minare un governo di centrosinistra grigio
quanto necessario. L’obiettivo è chiaro: contare qualcosa, con le unghie e con
i denti, a qualsiasi costo. E allo stesso modo funzionano, nelle loro varie
declinazioni, tutti i partiti padronali italiani, quindi tutti i partiti tranne
il Pd, che però ha comunque un suo sistema di correntine grazie al quale una
manciata di personalità che si autogiudicano indispensabili all'universo mondo possono evitare l’incubo
della medietà, della professionalità, della settorialità. No, chiunque si sente
autorizzato a dare il proprio parere su qualsiasi cosa. In ogni caso, per la
faziosità che da contratto mi si richiede in campagna elettorale, diciamo che
il Pd sbarazzandosi di D’Alema ha dimezzato la sua dose di Ego. Siamo in
riabilitazione. Ma il resto è un cottolengo di mitomani. E le animule appresso: “voto Grillo”, “voto
Berlusconi”, “voto Giannino”, “se ci fosse stato Renzi l’avrei votato, invece voto Monti”. Nomi e volti sono le uniche cose che contano.
La situazione del giornalismo non è migliore: da Montanelli in poi l’Ego è andato crescendo in maniera inversamente proporzionale rispetto alle capacità reali. Alla seconda generazione di Ferrara, Travaglio o Severgnini, dietro le cui piume gonfie si può ancora scorgere un qualcosa di sostanziale da dire, se ne sta avvicendando una terza di manieristi totalmente autoreferenziali e assolutamente vuoti di contenuti. Innocenzi, Scanzi, Facci… Il nulla che avanza: facce da fighetti e luoghi comuni svenduti come giornalismo. Basti dire che l’articolo più noto di Scanzi non è altro che una condivisione con suoi fan travaglisti della sua idea geniale sul voto separato Camera-Senato. E sticazzi non ce li metti?
Il massimo del divertimento sono però gli
La situazione del giornalismo non è migliore: da Montanelli in poi l’Ego è andato crescendo in maniera inversamente proporzionale rispetto alle capacità reali. Alla seconda generazione di Ferrara, Travaglio o Severgnini, dietro le cui piume gonfie si può ancora scorgere un qualcosa di sostanziale da dire, se ne sta avvicendando una terza di manieristi totalmente autoreferenziali e assolutamente vuoti di contenuti. Innocenzi, Scanzi, Facci… Il nulla che avanza: facce da fighetti e luoghi comuni svenduti come giornalismo. Basti dire che l’articolo più noto di Scanzi non è altro che una condivisione con suoi fan travaglisti della sua idea geniale sul voto separato Camera-Senato. E sticazzi non ce li metti?
Il massimo del divertimento sono però gli
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| Chi è il turboliberista più intelligente d'Italia? Oh, sì. Sei tu, gran figone. |
economisti. La querelle da Asilo
Mariuccia fra Zingales e Giannino sul (falso) Master all’Università di Chicago
del secondo è la punta dell’iceberg di una gazzarra fra primedonne approdata
recentemente in campagna elettorale. Botte da orbi su cose che nessuno capisce
con dati puntualmente discordanti (ad arte), su cui ha sempre l’ultima parola
chi ha cercato per bene su internet i veri titoli del concorrente: quella non è
un’economista, quell’altro non è un professore, quell’altro non ha il Master
che millanta di avere. L’attitudine a sparare balle degli economisti dà al
tutto un sapore folkloristico e surreale. Questa gente dovrebbe avere la chiave
per risolvere il punto focale della campagna elettorale, cioè la politica economica? La
mia preferita è decisamente Loretta Napoleoni, autonominatasi spin doctor di Zapatero
post-rem, una specie di grillina decrescitista anti-euro e vagamente complottista
che si tiene fuori dal Movimento – suppongo – solo per potersi mostrare in Tv. Massacrata poi a Piazzapulita da Boldrin, un altro degente con gravi forme di
protagonismo made in Usa. Simpatico, per carità, ma con le idee poco chiare.
La domanda sorge spontanea: se tutti si ritengono detentori della Verità nel
proprio taschino solo perché sono se stessi, perché non posso farlo anch’io?
Anch’io, anch’io in Tv! Anch’io , anch’io sul Fatto! Quindici minuti anche per
me! Ho molta charme, ve lo assicuro, e posso impegnarmi a dire midia con la i per fare il figo.
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venerdì 1 febbraio 2013
Pavlov2013
Ovvero: come Wurstel e Crauti diventano wursteleccrauti.
Chi è pratico di Twitter sicuramente non avrà fatto a meno di
notare la propaganda selvaggia dei “giovani attivisti digitali” di
Berlusconi2013. La voce grossa sui social di un partito che su un elettorato
informato 24 ore su 24 come quello di Twitter, a dire la verità, ci sta contando davvero
poco, ma vuol far sembrare quanto meno di potersela giocare alla pari. La strategia dei
berluscones al soldo di un qualche ras della comunicazione è quella di attaccare chi invece sui social si
è messo in discussione, Monti, mirando a scoraggiarne i fan. E puntano sull’inciucio.
I grandi twittatori di domani mostrano di conoscere perfettamente l’esperimento
di Pavlov sull’apprendimento per associazione. "Monti = Bersani" oggi, "Monti =
Bersani" domani, e le due cose diventano sostanzialmente l’uno la conseguenza
logica dell’altra. Si forma, sul versante opposto, un fronte unitario da
combattere. Fronte che non esiste, e non esisterà se Italia Bene Comune
agguanterà anche solo una manciata di voti in Lombardia. La cosa che mi urta è
che la stessa, identica strategia è attuata, in modo terribilmente più fine
(forse inconscio?), anche sull’unico quotidiano non direttamente riconducibile
a un partito politico italiano. Il Fatto Quotidiano. Non passa giorno che le
foto di Bersani e Monti non siano impietosamente accostate, in vignette, foto o
collage. Chiaramente in direzione contraria. L’equazione “Bersani = Monti” è
possibilmente più pericolosa di “Monti = Bersani”, perché terrorizza un
elettorato da sempre manicheo e incline all’isterismo tafazzista. Ho fatto un
esperimento, sugli ultimi numeri del Fatto, o almeno fra quelli che sono riuscito a ripescare:
P.s.: Beppe Severgnini, condiscepolo di Montanelli con Marco
Travaglio, vince il mio personale concorso a premi per il capro espiatorio
della comunicazione politica del Centrosinistra dichiarando dalla Bignardi che “se
Renzi avesse vinto, il Centrosinistra non avrebbe avuto problemi”.
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mercoledì 30 gennaio 2013
Sradicateli
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| Slut shaming |
Ieri il Fatto Quotidiano pubblicava, entrambi a
pagina 6, due articoli che apparentemente hanno poco a che fare l'uno con l'altro, ma - a mio parere - rilevano
bene la situazione in cui versa un tema che invece dovrebbe essere fondamentale
per un paese come l’Italia: la laicità. Si tratta dell’articolo di Marco Politi
sulle dichiarazioni di Bagnasco, che sostanzialmente non appoggia nessuno, e l’intervista
di Fabrizio d’Esposito a Giovanni Negri, ex segretario dei Radicali, che spara
a zero su Burghiba-Pannella e “Nonna Emma”. Il primo articolo sarebbe di un’inutilità
disarmante altrove, e non può che sollevare una domanda: perché, mentre l’anticlericalismo
populista e l’ateismo militante vanno per la maggiore fra il popolino isterico
per l’Imu, dobbiamo stare a sentire Bagnasco, anche quando non dice nulla? La risposta è nell’intervista:
perché abbiamo affidato la difesa della laicità dello Stato al partito più
incapace e vacuo della seconda repubblica. A un partito che prende le difese
della prostituzione perché la prostituzione non è altro che la sua pratica
politica più consueta. I radicali ricordano quelle gallinacee digitali che mettono su
Facebook le foto in bikini a Gennaio e starnazzano indignate quando qualcuno commenta con frasi da allupato. Il web le chiama attention whores: il punto non è il moralismo o una qualche forma di slut-shaming maschilista, ma la il perverso gioco psicologico delle attention whores, che “chiamano” gli allupati per poi insultarli. Così fanno i radicali. Pannella fa lo sciopero della fame a governo caduto,
se la prende con il Pd perché non li ha messi nella coalizione dopo aver tenuto
in vita il governo Berlusconi (e quindi esser stati direttamente responsabili dell’ultimo anno e mezzo di agonia e dell’anno di riparazione montiano), la
spara grossa sull’alleanza con Storace e poi “non riesce a farsi inviare il
simbolo in tempo”. Ora sdogana Cosentino e si lamenta di esser stato escluso
dalla corsa alle Regionali nel Lazio poiché nella lista le donne erano più degli uomini (quindi, loro lo sapevano bene, la lista era irregolare). Non ne è
esente neanche la Bonino che, dopo aver fatto la campagna elettorale per la regione Lazio in Piemonte, ha sparato a zero sull’intero centrosinistra perché
non l’avrebbe “appoggiata abbastanza”, e di recente si è prestata alla
strumentalizzazione della vicenda del funerale della Melato, di cui si parlava
nel primo post di questo blog. C’è un pattern fisso nel modo di agire dei
radicali: violare deliberatamente regole scritte o non scritte e poi
scandalizzarsi quando queste vengono applicate, da un’autorità o dall’elettorato. Ma hanno veramente intenzione di essere un soggetto politico?
Io penso che Pannella e company, oltre a non essersi saputi rinnovare in nessun
modo e a commettere di continuo ingenuità macroscopiche, abbiano da tempo deliberatamente smesso di cercare voti per dedicarsi alla ben più agevole
rincorsa alla visibilità, alla pietà generale e ai fondi per la loro radio. Nell’intervista,
Negri, ora produttore di vino nelle Langhe (nel più classico degli stereotipi
da radical chic) denuncia che mentre anche Giannino è riuscito a presentare le
sue liste in tutte le regioni, la ridicola lista “Amnistia Giustizia e Libertà”
(perché non si chiamano direttamente Radicali? Vogliono proprio perdere) ha
bucato Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Marche,
Umbria, Veneto, Trentino Alto Adige. “Eppure per i radicali la raccolta delle
firme è una sorta di religione”. Negri
sospetta il complotto. “La Storia potrebbe essere la stessa di
17 anni fa. Sono convinto che i Luminosi Leader ritentano il film già visto nel
1996, quando il Cavalier Silvio voleva riempirli di seggi, ma loro optarono per
un contratto: << macché seggi, firma queste tre pagine dal notaio. Noi
nessuna lista o una robetta, tu ci dai un miliardo e 200 milioni di lire di
rimborso spese, più un miliardo e 800 milioni all’anno per tutta la durata
della legislatura>>”.
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martedì 29 gennaio 2013
Apologia della Storia
A due giorni di distanza dalla Giornata della Memoria, mi
interessava riprendere alcuni punti del dibattito sulle dichiarazioni di B e il
revisionismo, da un punto di vista, per così dire, teorico. Ho tre cose da dire, con un tono serio abbastanza fuori luogo in questo blog. In ogni caso, l'argomento si lega a quanto si diceva, nel post precedente, cioè come il fascismo sia oggi poco più che un simbolo per molti, in
negativo o in positivo. Infatti da una parte c’è una replica non-violenta ma comunque
anti-istituzionale della marcia su Roma che si arresta davanti ai simboli di un’aquila e di un
fascio; dall’altra parte c’è chi - ficcando nel fascismo Plotino, Mao e Cecco d’Ascoli
– si fa andar bene un po’ di tutto pur di portarne il vessillo, e poco più, nel terzo millennio.
Punto 1.Perché B ha un’uscita del genere nella Giornata della Memoria? Io non penso sia strategia elettorale: ai duri e puri non basta questo contentino, i fascisti della Domenica si accontentano di non far vincere la sinistra e lo voteranno comunque. Il sistema mediatico dietro B è saltato negli ultimi anni, o comunque ci siamo talmente abituati che non ci sembra più una sorpresa. B l’ha detto perché lo pensa: i vecchi dicono quello che pensano, non importa quanto sia imbarazzante la situazione, e B è un povero vecchio. Ha detto, tra l’altro, quello che pensano in tanti. Io stesso, per spiegare in modo semplice a una persona straniera, in inglese, perché in Italia l'estrema destra variamente neofascista fosse determinante per il centrodestra berlusconiano ho pronunciato la fatidica frase, più o meno nei termini di B. In Germania hanno collassato del tutto in modo traumatico e drammatico, qui invece c’è stata una continuità basata sulle “cose buone” di Mussolini. Vagli a spiegare per bene la malleabilità ideologica del concetto di fascismo e l’opinabilità delle istituzioni in continuità. Ma è un qualcosa che ha detto anche Montanelli. Quando De Felice lo mise su carta, i socialisti schiamazzarono (un po’ come avviene oggi), mentre già allora comunisti come Amendola presero le distanze dal linciaggio isterico. Vorrei in seguito dimostrare come quest’ultima sia l’unica posizione vincente possibile.
Punto 2.
Di cosa si parla quando si parla di “cose buone” (ha senso parlare di “cose buone” in Storia? No, ve lo dico io, ma la gente ha bisogno di manicheismo). A livello di bar sport si parla della bonifica delle paludi pontine e della battaglia per il grano. A livello di ultimo anno di liceo si parla di Welfare, quota 90, politica economica. A livello di storiografia, si parla essenzialmente di pluralità e distinguo interni al fascismo, di politica estera e di funzione di contenimento nei confronti della Germania hitleriana. Al di là della valutazione caso per caso (l’esistenza di fascismi diversi e internamente conflittuali è opinabile), è interessante notare, come nessuna di queste cose sia effettivamente “fascista”; più che altro perché il fascismo come applicazione di un’ideologia o è rimasto a uno stato fetale (come per quanto riguarda l’economia); o è stato abortito (l’istituzionalizzazione dello squadrismo, il "tradimento" dei Patti Lateranensi). Lo stesso discorso di fascismo come “prassi”, non è altro che una giustificazione dell’assenza di un sistema ideologico decente. C’è da dire anche che le suddette sono tutte posizioni storicamente perdenti e anacronistiche: per dire, la contiguità Stato-privati e l’economia mista nelle forme che ci portiamo dietro da allora hanno soffocato questo paese, come recenti vicende insegnano.
Di cosa si parla quando si parla di “cose buone” (ha senso parlare di “cose buone” in Storia? No, ve lo dico io, ma la gente ha bisogno di manicheismo). A livello di bar sport si parla della bonifica delle paludi pontine e della battaglia per il grano. A livello di ultimo anno di liceo si parla di Welfare, quota 90, politica economica. A livello di storiografia, si parla essenzialmente di pluralità e distinguo interni al fascismo, di politica estera e di funzione di contenimento nei confronti della Germania hitleriana. Al di là della valutazione caso per caso (l’esistenza di fascismi diversi e internamente conflittuali è opinabile), è interessante notare, come nessuna di queste cose sia effettivamente “fascista”; più che altro perché il fascismo come applicazione di un’ideologia o è rimasto a uno stato fetale (come per quanto riguarda l’economia); o è stato abortito (l’istituzionalizzazione dello squadrismo, il "tradimento" dei Patti Lateranensi). Lo stesso discorso di fascismo come “prassi”, non è altro che una giustificazione dell’assenza di un sistema ideologico decente. C’è da dire anche che le suddette sono tutte posizioni storicamente perdenti e anacronistiche: per dire, la contiguità Stato-privati e l’economia mista nelle forme che ci portiamo dietro da allora hanno soffocato questo paese, come recenti vicende insegnano.
Punto 3.
L’utilizzo strumentale della Storia. La razza reietta degli storici è capace di discutere strumentalmente sulle beghe degli Assiri, quindi figuriamoci su un evento che, per negazione, fonda la Repubblica Italiana e da cui escono chiaramente dei vincitori e dei vinti. Un punto di forza degli sconfitti di ogni colore è, tipicamente, il luogo comune secondo cui “la Storia la scrivono i vincitori”. Su questo luogo comune si proietta la domanda che Ginzburg si pone in un suo bel libro (Storia, retorica, prova): esiste una verità storica o gli storici si limitano a proiettare sul passato le proprie passioni? Al di là delle conclusioni “positiviste” dell’autore, quel che mi interessa è che Ginzburg identifica le radici del relativismo storico in uno scritto incompiuto di Nietzsche (Sulla verità e sulla menzogna). Dalla visione nietzscheana di negazione di un concetto di verità deriva la visione della Storia come Retorica. Tuttavia, e qui dico la mia posizione, la conclusione nietzscheana “pura” dovrebbe essere una sostanziale svalutazione del passato storico, non il suo utilizzo strumentale: come basare un qualcosa di autentico, come il presente, su qualcosa di traballante, come il passato? Nel momento in cui non si attribuisce a nessuno la possibilità di giudicare in modo imparziale la storia, il revisionismo è – dal punto di vista teorico – altrettanto vacuo quanto la storiografia ufficiale. Su questo punto, a mio parere, sbatte la testa l’utilizzo strumentale della storia del fascismo. Per scardinare lo status quo democratico, il neofascismo dovrebbe svalutare il passato storico (anche il proprio), invece non fa che rimestarvi. Al contrario, l’atteggiamento vincente da parte di chi è parte dello status quo democratico, dovrebbe essere quello di integrare il fascismo nella Storia, parlare del fascismo come di un fatto storico – come, che posso dire, le guerre napoleoniche - non come di un’entità astorica. Invece, mi pare che “fascistoide” sia la nuova parola preferita di Bersani (ma è campagna elettorale, quindi gliela si perdona).
L’utilizzo strumentale della Storia. La razza reietta degli storici è capace di discutere strumentalmente sulle beghe degli Assiri, quindi figuriamoci su un evento che, per negazione, fonda la Repubblica Italiana e da cui escono chiaramente dei vincitori e dei vinti. Un punto di forza degli sconfitti di ogni colore è, tipicamente, il luogo comune secondo cui “la Storia la scrivono i vincitori”. Su questo luogo comune si proietta la domanda che Ginzburg si pone in un suo bel libro (Storia, retorica, prova): esiste una verità storica o gli storici si limitano a proiettare sul passato le proprie passioni? Al di là delle conclusioni “positiviste” dell’autore, quel che mi interessa è che Ginzburg identifica le radici del relativismo storico in uno scritto incompiuto di Nietzsche (Sulla verità e sulla menzogna). Dalla visione nietzscheana di negazione di un concetto di verità deriva la visione della Storia come Retorica. Tuttavia, e qui dico la mia posizione, la conclusione nietzscheana “pura” dovrebbe essere una sostanziale svalutazione del passato storico, non il suo utilizzo strumentale: come basare un qualcosa di autentico, come il presente, su qualcosa di traballante, come il passato? Nel momento in cui non si attribuisce a nessuno la possibilità di giudicare in modo imparziale la storia, il revisionismo è – dal punto di vista teorico – altrettanto vacuo quanto la storiografia ufficiale. Su questo punto, a mio parere, sbatte la testa l’utilizzo strumentale della storia del fascismo. Per scardinare lo status quo democratico, il neofascismo dovrebbe svalutare il passato storico (anche il proprio), invece non fa che rimestarvi. Al contrario, l’atteggiamento vincente da parte di chi è parte dello status quo democratico, dovrebbe essere quello di integrare il fascismo nella Storia, parlare del fascismo come di un fatto storico – come, che posso dire, le guerre napoleoniche - non come di un’entità astorica. Invece, mi pare che “fascistoide” sia la nuova parola preferita di Bersani (ma è campagna elettorale, quindi gliela si perdona).
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sabato 26 gennaio 2013
Essere Jacopo Fo
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| Jacopo Fo in compagnia della ragione per cui lui può scrivere sul Fatto e io no. |
Chiariamolo da subito, non ho problemi con Beppe Grillo. È il
suo fan club che mi urta. Con “fan club” non voglio indicare gli attivisti, ma
quei personaggi pubblici anti-establishment a priori che, dalla Bolognina (e
anche prima, per i più attempati) in poi, hanno riversato il loro supposto
dissenso anticasta all’essenza di tartufo di Alba nelle varie aberrazioni trasversaliste
che hanno drenato i figli scemi dei delusi di sinistra negli ultimi vent’anni.
Gente che ha esaurito i colori secondari derivati dal Rosso (il rosa è da gay
quindi non sia mai) e si è buttata sul nuovo, grande, funzionante contenitore
di nostalgici della sinistra della sinistra, e della sinistra della sinistra
della sinistra, e degli scissionisti della sinistra della sinistra della
sinistra che nei “mitici” anni settanta “fecero” “tanto” per questo paese. Gente che di solito scrive sul Fatto Quotidiano, soprattutto dopo l'esclusione di Luca Telese, o ha diritto di parola nei programmi di Santoro. Jacopo
Fo, prole di Dario, uno dei tanti figli d’arte delle cui opinioni faremmo volentieri a
meno (io farei a meno anche di quelle del padre, ma Stoccolma non è d'accordo), ne è il degno rappresentante. Jacopo Fo ama Beppe
Grillo fisicamente, quindi si può ragionevolmente supporre che ne condivida le linee politiche sostanziali. Ma Jacopo Fo poi un giorno si è svegliato e ha scoperto che il
Movimento 5 Stelle non è di sinistra, e con Pd, Sel e Rivoluzione Civile non ha
nulla a che fare. E ha scritto questa roba qui. Ora io immagino una cosa del
tipo:
Signor Fo jr, lei che ne pensa dei partiti?
Merda. Via i finanziamenti pubblici. Mandiamoli tutti a casa. Solo il M5S rappresenta la volontà degli italiani.
Dei sindacati?
Vaffanculo. Sono una casta che tutela solo se stessa. Aboliamoli.
Dei senatori a vita?
Vecchi che rappresentano il vecchiume della prima repubblica. Se ne vadano all’ospizio.
Dell’Euro e dell’Unione Europea?
I cittadini devono poter decidere sulla propria sovranità monetaria. Basta sudditanza alle banche. Italia agli italiani.
Dell'immigrazione?
I flussi migratori vanno gestiti all'origine. Basta con i tabù buonisti dell'integrazione e della solidarietà.
E se in tutto ciò ci mettiamo anche un’aquila e un’ascia con dei legnetti intorno?
No, no allora no. Allora voto Ingroia.
Merda. Via i finanziamenti pubblici. Mandiamoli tutti a casa. Solo il M5S rappresenta la volontà degli italiani.
Dei sindacati?
Vaffanculo. Sono una casta che tutela solo se stessa. Aboliamoli.
Dei senatori a vita?
Vecchi che rappresentano il vecchiume della prima repubblica. Se ne vadano all’ospizio.
Dell’Euro e dell’Unione Europea?
I cittadini devono poter decidere sulla propria sovranità monetaria. Basta sudditanza alle banche. Italia agli italiani.
Dell'immigrazione?
I flussi migratori vanno gestiti all'origine. Basta con i tabù buonisti dell'integrazione e della solidarietà.
E se in tutto ciò ci mettiamo anche un’aquila e un’ascia con dei legnetti intorno?
No, no allora no. Allora voto Ingroia.
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giovedì 24 gennaio 2013
Sputare nel piatto in cui si mangia
Perché anche i romanisti e gli interisti che ancora non
hanno Twitter sappiano di cosa sto parlando, ieri Daria Bignardi, votante alle primarie (Vendola-Renzi, a quanto ho capito) e moglie di un noto sostenitore di Renzi (che, non dimentichiamolo, è
del Partito Democratico), ha condotto la prima puntata delle Invasioni Barbariche. Non sta a me giudicare se lo ha fatto bene o male e, certo, lo ha fatto su un canale
pieno di arrivisti e populisti disposti a vendersi per un piatto di lenticchie,
ma sostanzialmente la puntata di ieri è stato il miglior spot elettorale per il
Partito Democratico e per la coalizione Italia Bene Comune da quando Veltroni ha dichiarato di ritirarsi. In parole povere, ha fatto dire a Renzi che se i suoi sostenitori votano Bersani,
prima o poi avranno il morbidoso sindaco di Firenze come segretario barra presidente del consiglio barra imperatore
dell’universo (a seconda della gravità del renzismo del telespettatore). Ha
fatto poi dire a Bruno Barbieri che voterà Partito Democratico, con l’endorsement di Jo
Bastianich, che probabilmente gradisce la sintonia di Sua Morbidosità con la politica estera dell’abbronzato inquilino della Casa Bianca.
Tutto ciò, in un momento in cui Masterchef è l’unico reality guardabile in Tv.
Ha poi intervistato Tiziano Ferro - parlando di omosessualità fra smancerie e doppi sensi – e ha tirato fuori all'unica figura nazional-popolare bipartisan italiana che si vuole sposare, e si vuole
sposare in questo paese. Geppi Cucciari ha dato giù duro sul Pdl. Più spot di così. Probabilmente qualche grillino che per caso avrà visto la trasmissione a casa di un
amico colluso con l’apparato (i grillini non hanno la televisione) potrà
aver avuto la conferma dell’ingiustizia perpetrata dall’establishment dei media
corrotto dalla politica ladra belin bla bla bla. E probabilmente ha ragione, ma
sticazzi, sempre meglio della Biowashball. Ma il messaggio della trasmissione di
ieri è stato: votate Partito Democratico, o al massimo Sel, cazzo (per dirla alla Cracco). Ora,
questo non mi destabilizza: mi sembra una cosa plausibile, se non altro è
concorrenza al presidente di reti concorrenti. Mi destabilizza invece che il
giornale del Partito Democratico il giorno dopo pubblichi questo articolo.
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La fine dell'infanzia
"Per noi tutti esiste una “zona crepuscolare” fra storia e memoria; fra il passato come archivio generale aperto a un’indagine relativamente spassionata, e il passato come parte o sfondo dei propri ricordi personali. Per i singoli individui questa zona si stende dal punto d'inizio delle tradizioni o memorie familiari ancora vive [...] fino al termine dell'infanzia, quando le vicende pubbliche e quelle private sono avvertite come inseparabili e si definiscono reciprocamente ("l'ho conosciuto poco prima della guerra"; "Kennedy dev'essere morto nel 1963 perché io ero ancora a Boston")."
(Eric Hobsbawm, L'età degli imperi)
(Eric Hobsbawm, L'età degli imperi)
Ecco, la mia infanzia è finita il 24 Gennaio 2008. Ero in macchina con i miei genitori, avevamo ancora una Mercedes C200. L'avremmo venduta perché il cane stava scomodo. Oggi anche il mio cane non c'è più. Insegna agli angeli a pisciare in salotto. Quella sera, stavamo andando a una qualche cena con amici. C'era tensione. Ecco, quella sera finì la mia infanzia. La Storia prese la mia verginità. La Storia assunse queste sembianze:
A 5 anni di distanza, per non dimenticare. Tommaso Padoa-Schioppa, sit tibi terra levis.
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domenica 20 gennaio 2013
Ouroboros
Ovvero: come strozzare il mortale serpente che si annida nella mente del sostenitore di Ingroia medio.
Dato empirico:
C’è talmente tanto centro al centro, che il Pd non prenderà
un voto alla sua destra. Non c'è un afflusso di voti alternativo. Anche perché prendere voti a Monti non è neanche poi così utile.
Strategia:
Bersani può però rimediare sugli anti-monti a priori alla sua sinistra,
o nella galassia grillino/ex-post-criptocomunista. Sì, quelli alla cui
stupidità abbiamo finora avuto possibilità di imputare la responsabilità per le
débacles degli ultimi vent’anni. Sconfitte - soprattutto la falsa vittoria del
2006, che è stata forse la più grave - di cui è colpevole, per inciso, la classe
dirigente del Centrosinistra, che non è stata capace di porre rimedio a questo annoso circolo vizioso. Ma non diciamolo troppo in giro: abbiamo un’altra
chance. Quest’anno il Pd ha lo strumento, Sel. Che è una costola del Pd, ma anche
su questo… Sst. Per ora sembrano essersene accorti in pochi. Per esempio, Vendola ancora non l’ha capito. Il grillino/ex-post-criptocomunista voterebbe Vendola. Il suo problema è che sta con il Pd, che sta con Monti.
Cosa dovrebbe fare Bersani nel truculento boschetto della mia fantasia:
Sterminare i sondaggisti, interrompendo il ciclo al secondo
step. Tutti quanti. Cancro di questo paese.
Cosa potrebbe fare, ragionevolmente, Bersani:
Smentire Monti e dire che il centrosinistra vince da solo. Dirlo incessantemente, con sicumera: vincerà senza desistenze, apparentamenti o compromessi. Prenderà il 40%. Sparare, magari con l'aiuto di Vendola, due troiate sulla Patrimoniale (nulla di tecnico, alla Fassina, una cosa generica). Basare le sue affermazioni su sondaggi favorevolissimi.
Esattamente come fa B. Che per ora è l’unico politico che,
in campagna elettorale, potremmo prendere a esempio. Non se ne esce senza giocare duro in campagna elettorale. Le ultime le ha vinte chi ha giocato più duro. Questo è l'unico modo per rendersi presentabili a sinistra, e far entrare voti a Sel. Poi l'accordo con Monti si potrà sempre fare, se neanche questo bastasse. Ma, per esempio, potrebbero bastare i voti degli ingroiani meno talebani.
P.s.: Il primo giornale-non-pagato-da-Berlusconi (Capito Travaglio? Capito Sofri?) che pubblicherà un articolo dal titolo “Il centrosinistra non ha
perso oggi, ma il 2 dicembre” sarà il responsabile diretto dei prossimi cinque anni di
sfascio. Almeno su questo i dirigenti del Pd sapranno a chi dare la colpa.
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lunedì 14 gennaio 2013
Headline twice the size of the story
Ovvero: cosa succede quando si viola una regoletta scritta più o meno a pagina 11 di un manuale di giornalismo qualsiasi. "Il titolo deve essere coerente con l'articolo".
Ci sono varie distinzioni fra i vari tipi di titolo, che possiamo ricondurre essenzialmente a (Papuzzi) paradigmatici ed enunciativi, a seconda della maggiore o minore carica emozionale. Ad esempio:
BONINO: DIFFUSE NOTIZIE FALSE
è enunciativo
GIORNALISMO ITALIANO MERDA
è paradigmatico.
Ora, se il testo non è scritto, ma in forma di messaggio audio, il giornalista medio italiano può imbrogliare solo sul titolo, dando per enunciativo quello che è paradigmatico. E in questo caso, falso. Ma il lettore legge il titolo, si fa un'idea, e la applica pregiudizialmente al testo multimediale, la cui consultazione è più emozionale, meno verificabile sul momento rispetto a un testo scritto. Gli americani parlano di "functional fixedness".
Ora c'è questa registrazione di Repubblica, titolata "non ho potuto parlare in chiesa".
Primo punto: non è una dichiarazione puntuale. E' quello che è avvenuto, non quello che è stato detto, la Bonino, per ora, ha detto "non so".
Ora, se fosse un titolo enunciativo, la notizia non è una notizia.
Quindi è paradigmatico. Si vuole attribuire alla Bonino una polemica.
Da questa fonte, i quotidiani online titolano:
Bonino: il prete la zittisce in Chiesa
La Chiesa mortifica il ricordo di Mariangela Melato
<<Non hanno voluto che la ricordassi in Chiesa>>
Discorso Bonino vietato in Chiesa.
Etc. Cercateveli. Insomma sostanzialmente si attribuisce alla Bonino una presa di posizione sul momento, che non c'è stata, e si presenta come un fatto - vero o probabile - un'azione diretta nei confronti della Bonino da parte di una autorità non ben definita (il prete se ne tira fuori, "loro" non hanno voluto che la ricordassi... Loro chi?), azione che è tutta da provare. E probabilmente ci sono anche degli appigli normativi, poi insomma, come la Bonino, neanche io so molto sulle cerimonie religiose. Ma questo non importa. Renzo Arbore ha evidentemente abboccato dicendo che il prete "deve andare all'inferno" e ogni bravo giornalista ha il suo quadretto stereotipato buoni-cattivi in un contesto tragico e lacrimevole.
Da cui, fra tweet di Saviano e indivanados vari, la notizia, sul più populista dei social network, filtra così:
Per ora, non c'è stata nessuna conferma, né smentita. La conferma darebbe titoloni per un altro paio di giorni, giustificati in questo caso. La smentita non è una notizia. Ma i quotidiani hanno già titolato, non dando una notizia che non è una notizia (sono state applicate le regole), ma dandone un'interpretazione.
Conclusioni:
1) Siamo ancora lontani dai sogni della qualità del giornalismo digitale. E quello cartaceo fa sempre schifo.
2) Con Ratzinger, l'anticlericalismo tira una cifra. Perché nessun partito ci fa ancora un pensierino?
Ci sono varie distinzioni fra i vari tipi di titolo, che possiamo ricondurre essenzialmente a (Papuzzi) paradigmatici ed enunciativi, a seconda della maggiore o minore carica emozionale. Ad esempio:
BONINO: DIFFUSE NOTIZIE FALSE
è enunciativo
GIORNALISMO ITALIANO MERDA
è paradigmatico.
Ora, se il testo non è scritto, ma in forma di messaggio audio, il giornalista medio italiano può imbrogliare solo sul titolo, dando per enunciativo quello che è paradigmatico. E in questo caso, falso. Ma il lettore legge il titolo, si fa un'idea, e la applica pregiudizialmente al testo multimediale, la cui consultazione è più emozionale, meno verificabile sul momento rispetto a un testo scritto. Gli americani parlano di "functional fixedness".
Ora c'è questa registrazione di Repubblica, titolata "non ho potuto parlare in chiesa".
Primo punto: non è una dichiarazione puntuale. E' quello che è avvenuto, non quello che è stato detto, la Bonino, per ora, ha detto "non so".
Ora, se fosse un titolo enunciativo, la notizia non è una notizia.
Quindi è paradigmatico. Si vuole attribuire alla Bonino una polemica.
Da questa fonte, i quotidiani online titolano:
Bonino: il prete la zittisce in Chiesa
La Chiesa mortifica il ricordo di Mariangela Melato
<<Non hanno voluto che la ricordassi in Chiesa>>
Discorso Bonino vietato in Chiesa.
Etc. Cercateveli. Insomma sostanzialmente si attribuisce alla Bonino una presa di posizione sul momento, che non c'è stata, e si presenta come un fatto - vero o probabile - un'azione diretta nei confronti della Bonino da parte di una autorità non ben definita (il prete se ne tira fuori, "loro" non hanno voluto che la ricordassi... Loro chi?), azione che è tutta da provare. E probabilmente ci sono anche degli appigli normativi, poi insomma, come la Bonino, neanche io so molto sulle cerimonie religiose. Ma questo non importa. Renzo Arbore ha evidentemente abboccato dicendo che il prete "deve andare all'inferno" e ogni bravo giornalista ha il suo quadretto stereotipato buoni-cattivi in un contesto tragico e lacrimevole.
Da cui, fra tweet di Saviano e indivanados vari, la notizia, sul più populista dei social network, filtra così:
Per ora, non c'è stata nessuna conferma, né smentita. La conferma darebbe titoloni per un altro paio di giorni, giustificati in questo caso. La smentita non è una notizia. Ma i quotidiani hanno già titolato, non dando una notizia che non è una notizia (sono state applicate le regole), ma dandone un'interpretazione.
Conclusioni:
1) Siamo ancora lontani dai sogni della qualità del giornalismo digitale. E quello cartaceo fa sempre schifo.
2) Con Ratzinger, l'anticlericalismo tira una cifra. Perché nessun partito ci fa ancora un pensierino?
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