venerdì 15 marzo 2013

Bersani a Colono


"io che fui generato da chi non dovevo, e con chi non dovevo mi congiunsi" (Edipo Re, Sofocle)

Antefatto

Laio, in un momento di relax
In un tempo avvolto dalle nubi del passato, comincia la travagliata storia della maledetta progenie di Laio. Un giorno Laio viene invitato a cena dal re del Peloponneso – per l’appunto, Pelope: era già cominciato il vizio di mettere il proprio nome sui possedimenti -. Qui si macchia di una colpa che le divinità dell'elettorato - sanguigne, mediterranee, vendicative - mai gli avrebbero perdonato. Mai, mai, mai. Sarà stata la crostata della moglie di Pelope, ma Laio ci cade e fa la Bicamerale (ma non solo) con i peloponnesiaci. E come in ogni tragedia che si rispetti, la colpa dei padre sarebbe ricaduta sui figli. Altrove forse, patti come questo sarebbero stati normali, ma non nella Grecia del medioevo ellenico. E soprattutto non con certa gente.

Edipo Re: la tragedia

Il baldanzoso figlio di Laio, Edipo, ce la stava mettendo tutta per riprendersi dalla brutta pubblicità che il padre gli aveva fatto con gli dèi. Aveva anche fatto fuori, pur involontariamente, Laio stesso. La cosa si sarebbe potuta chiudere lì. Ma gli dèi sono crudeli, e non perdonano le unioni contro natura, incestuose, innaturali. Ed Edipo, sempre maledetto dalla sfiga in quanto figlio di Laio, era andato a letto con l'arcigna madre tecnica. Quando la realtà si manifesta in tutta la sua crudeltà, il poveretto si acceca, in preda allo sgomento. "Pianto, sventura, morte, obbrobrio e quante sventure hanno un nome, e nessuna è esclusa": in quest’orgia di sadismo finisce la prima tragedia di Sofocle. Ma non è tutto.

Edipo a Colono: lo strano epilogo e la strana coppia

C’è una seconda tragedia di Sofocle, più ostica e meno conosciuta, che riabilita il nostro Edipo, certo non in vita, ma nei frutti delle sue ultime azioni e nell'eleganza del suo congedo dal mondo crudele.Un barlume di luce per la genia dei Laiadi. La trama in pillole: Edipo, accecato e mazziato, se ne va a Colono, sobborgo di Atene, e lì tutti lo schifano. Solo il giovane re Teseo rimane fedele alla ditta e lo difende. La tragedia si chiude con una scena misteriosa, in cui Edipo scompare misteriosamente in un boschetto sacro alle Eumenidi, accompagnato da Teseo:
Edipo: O luce senza luce per me, un tempo in qualche modo fosti pur mia, e ora per l’ultima volta il mio corpo ti tocca! Ecco, io muovo a nascondere nell’Ade la suprema ora di vita: e tu [a Teseo], il più caro degli ospiti, tu e questo paese e i tuoi uomini abbiate buona sorte, e nella prosperità ricordatevi di me, quando sarò morto, per sempre felici!
E se lo dice un veggente come Edipo, ci si può fidare. Una una morte-non-morte, per una tragedia-non-tragedia senza parricidi o omicidi vari (anche se i figlioli di Edipo di lì a breve si sarebbero scannati di brutto): solo una luce bianca in fondo al tunnel, e un presagio di prosperità per l’Atene di Teseo.

Siamo un paese che crede nel peccato originale: ci sono colpe che non si lavano. Colpe che non smettono di rinfacciare, e a cui non c'è scusa da dare che tenga. Ecco, noi abbiamo quel tipo di colpa lì. La nostra stirpe maledetta c'è chi non la voterà mai, mai, mai, nonostante il responsabile della colpa primigenia sia fuori dai giochi, e che tutte le sue – impopolari -  posizioni ultimamente siano state prontamente smentite dai fatti. Che noi siamo diventati altro da quelli lì, lo sappiamo, ma evidentemente non basta. Bisogna cambiare stirpe, puntare su Atene e su questo ragazzino. Senza però dare colpe a Edipo. Magari, ecco, a Laio eviterei di dedicare delle sezioni.

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