venerdì 1 febbraio 2013

Pavlov2013



Ovvero: come Wurstel e Crauti diventano wursteleccrauti. 
Chi è pratico di Twitter sicuramente non avrà fatto a meno di notare la propaganda selvaggia dei “giovani attivisti digitali” di Berlusconi2013. La voce grossa sui social di un partito che su un elettorato informato 24 ore su 24 come quello di Twitter, a dire la verità, ci sta contando davvero poco, ma vuol far sembrare quanto meno di potersela giocare alla pari. La strategia dei berluscones al soldo di un qualche ras della comunicazione è quella di attaccare chi invece sui social si è messo in discussione, Monti, mirando a scoraggiarne i fan. E puntano sull’inciucio.


I grandi twittatori di domani mostrano di conoscere perfettamente l’esperimento di Pavlov sull’apprendimento per associazione. "Monti = Bersani" oggi, "Monti = Bersani" domani, e le due cose diventano sostanzialmente l’uno la conseguenza logica dell’altra. Si forma, sul versante opposto, un fronte unitario da combattere. Fronte che non esiste, e non esisterà se Italia Bene Comune agguanterà anche solo una manciata di voti in Lombardia. La cosa che mi urta è che la stessa, identica strategia è attuata, in modo terribilmente più fine (forse inconscio?), anche sull’unico quotidiano non direttamente riconducibile a un partito politico italiano. Il Fatto Quotidiano. Non passa giorno che le foto di Bersani e Monti non siano impietosamente accostate, in vignette, foto o collage. Chiaramente in direzione contraria. L’equazione “Bersani = Monti” è possibilmente più pericolosa di “Monti = Bersani”, perché terrorizza un elettorato da sempre manicheo e incline all’isterismo tafazzista. Ho fatto un esperimento, sugli ultimi numeri del Fatto, o almeno fra quelli che sono riuscito a ripescare:





Non sto qui a gridare al complotto: però, può sembrare banale, accostarli vuol dire identificarli, nella mente di chi è già suggestionato da echi di accordo post-elettorale che risuonano da destra, da sinistra e, inevitabilmente, anche da Monti. Il lavoro sulle immagini ne è poi la componente meno esplicita, fra il subconscio e il subliminale. Travaglio non è Berlusconi né per ruolo né per levatura, per carità. Si capisce ben poco di quello che ha in testa per questo paese fra Movimento Cinque Stelle, liberismo di facciata, Rivoluzione Civile e post-DiPietrismo, ma non è Berlusconi. L’unica cosa chiara delle sue prospettive politiche personali è che non vuole un governo solido di Centro-Sinistra. Lecito (ma non condivisibile). Ma suggerire insistentemente l’inciucio, come se fosse un dato di fatto, vuol dire spingere per l’inciucio: drenare i voti alla sinistra del centrosinistra, per obbligare Bersani a governare con Monti. Il che significa sostanzialmente, fare a brandelli la sinistra dei prossimi anni (se non mesi). Lecito anche questo, per un liberale senza partito di riferimento, ad oggi. Ma con Telese non sarebbe successo (avremo occasione poi di parlare del mio amore fisico per Luca Telese). Ora, per carità, Travaglio può difendere quanto vuole il suo legalismo non condizionato da simpatie politiche: buona fede o cattiva fede poco importa a noi teorici della Realpolitik. Quel che è certo è che sa benissimo che sposta voti e che c’è una grossa percentuale di votanti storicamente di sinistra che pende dalle sue labbra. Ha dei poteri che si è guadagnato con un giornalismo d’inchiesta encomiabile, e ora si appresta a sfruttarne le responsabilità.

P.s.: Beppe Severgnini, condiscepolo di Montanelli con Marco Travaglio, vince il mio personale concorso a premi per il capro espiatorio della comunicazione politica del Centrosinistra dichiarando dalla Bignardi che “se Renzi avesse vinto, il Centrosinistra non avrebbe avuto problemi”.

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