mercoledì 30 gennaio 2013

Sradicateli


Slut shaming
Ieri il Fatto Quotidiano pubblicava, entrambi a pagina 6, due articoli che apparentemente hanno poco a che fare l'uno con l'altro, ma - a mio parere - rilevano bene la situazione in cui versa un tema che invece dovrebbe essere fondamentale per un paese come l’Italia: la laicità. Si tratta dell’articolo di Marco Politi sulle dichiarazioni di Bagnasco, che sostanzialmente non appoggia nessuno, e l’intervista di Fabrizio d’Esposito a Giovanni Negri, ex segretario dei Radicali, che spara a zero su Burghiba-Pannella e “Nonna Emma”. Il primo articolo sarebbe di un’inutilità disarmante altrove, e non può che sollevare una domanda: perché, mentre l’anticlericalismo populista e l’ateismo militante vanno per la maggiore fra il popolino isterico per l’Imu, dobbiamo stare a sentire Bagnasco, anche quando non dice nulla? La risposta è nell’intervista: perché abbiamo affidato la difesa della laicità dello Stato al partito più incapace e vacuo della seconda repubblica. A un partito che prende le difese della prostituzione perché la prostituzione non è altro che la sua pratica politica più consueta. I radicali ricordano quelle gallinacee digitali che mettono su Facebook le foto in bikini a Gennaio e starnazzano indignate quando qualcuno commenta con frasi da allupato. Il web le chiama attention whores: il punto non è il moralismo o una qualche forma di slut-shaming maschilista, ma la il perverso gioco psicologico delle attention whores, che “chiamano” gli allupati per poi insultarli. Così fanno i radicali. Pannella fa lo sciopero della fame a governo caduto, se la prende con il Pd perché non li ha messi nella coalizione dopo aver tenuto in vita il governo Berlusconi (e quindi esser stati direttamente responsabili dell’ultimo anno e mezzo di agonia e dell’anno di riparazione montiano), la spara grossa sull’alleanza con Storace e poi “non riesce a farsi inviare il simbolo in tempo”. Ora sdogana Cosentino e si lamenta di esser stato escluso dalla corsa alle Regionali nel Lazio poiché nella lista le donne erano più degli uomini (quindi, loro lo sapevano bene, la lista era irregolare). Non ne è esente neanche la Bonino che, dopo aver fatto la campagna elettorale per la regione Lazio in Piemonte, ha sparato a zero sull’intero centrosinistra perché non l’avrebbe “appoggiata abbastanza”, e di recente si è prestata alla strumentalizzazione della vicenda del funerale della Melato, di cui si parlava nel primo post di questo blog. C’è un pattern fisso nel modo di agire dei radicali: violare deliberatamente regole scritte o non scritte e poi scandalizzarsi quando queste vengono applicate, da un’autorità o dall’elettorato. Ma hanno veramente intenzione di essere un soggetto politico? Io penso che Pannella e company, oltre a non essersi saputi rinnovare in nessun modo e a commettere di continuo ingenuità macroscopiche, abbiano da tempo deliberatamente smesso di cercare voti per dedicarsi alla ben più agevole rincorsa alla visibilità, alla pietà generale e ai fondi per la loro radio. Nell’intervista, Negri, ora produttore di vino nelle Langhe (nel più classico degli stereotipi da radical chic) denuncia che mentre anche Giannino è riuscito a presentare le sue liste in tutte le regioni, la ridicola lista “Amnistia Giustizia e Libertà” (perché non si chiamano direttamente Radicali? Vogliono proprio perdere) ha bucato Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Marche, Umbria, Veneto, Trentino Alto Adige. “Eppure per i radicali la raccolta delle firme è una sorta di religione”.  Negri sospetta il complotto. “La Storia potrebbe essere la stessa di 17 anni fa. Sono convinto che i Luminosi Leader ritentano il film già visto nel 1996, quando il Cavalier Silvio voleva riempirli di seggi, ma loro optarono per un contratto: << macché seggi, firma queste tre pagine dal notaio. Noi nessuna lista o una robetta, tu ci dai un miliardo e 200 milioni di lire di rimborso spese, più un miliardo e 800 milioni all’anno per tutta la durata della legislatura>>”. 
Never Forget
1996

martedì 29 gennaio 2013

Apologia della Storia


A due giorni di distanza dalla Giornata della Memoria, mi interessava riprendere alcuni punti del dibattito sulle dichiarazioni di B e il revisionismo, da un punto di vista, per così dire, teorico. Ho tre cose da dire, con un tono serio abbastanza fuori luogo in questo blog. In ogni caso, l'argomento si lega a quanto si diceva, nel post precedente, cioè come il fascismo sia oggi poco più che un simbolo per molti, in negativo o in positivo. Infatti da una parte c’è una replica non-violenta ma comunque anti-istituzionale della marcia su Roma che si arresta davanti ai simboli di un’aquila e di un fascio; dall’altra parte c’è chi - ficcando nel fascismo Plotino, Mao e Cecco d’Ascoli – si fa andar bene un po’ di tutto pur di portarne il vessillo, e poco più, nel terzo millennio.  
Punto 1.
Perché B ha un’uscita del genere nella Giornata della Memoria? Io non penso sia strategia elettorale: ai duri e puri non basta questo contentino, i fascisti della Domenica si accontentano di non far vincere la sinistra e lo voteranno comunque. Il sistema mediatico dietro B è saltato negli ultimi anni, o comunque ci siamo talmente abituati che non ci sembra più una sorpresa. B l’ha detto perché lo pensa: i vecchi dicono quello che pensano, non importa quanto sia imbarazzante la situazione, e B è un povero vecchio. Ha detto, tra l’altro, quello che pensano in tanti. Io stesso, per spiegare in modo semplice a una persona straniera, in inglese, perché in Italia l'estrema destra variamente neofascista fosse determinante per il centrodestra berlusconiano ho pronunciato la fatidica frase, più o meno nei termini di B. In Germania hanno collassato del tutto in modo traumatico e drammatico, qui invece c’è stata una continuità basata sulle “cose buone” di Mussolini. Vagli a spiegare per bene la malleabilità ideologica del concetto di fascismo e l’opinabilità delle istituzioni in continuità. Ma è un qualcosa che ha detto anche Montanelli. Quando De Felice lo mise su carta, i socialisti schiamazzarono (un po’ come avviene oggi), mentre già allora comunisti come Amendola presero le distanze dal linciaggio isterico. Vorrei in seguito dimostrare come quest’ultima sia l’unica posizione vincente possibile.
Punto 2.
Di cosa si parla quando si parla di “cose buone” (ha senso parlare di “cose buone” in Storia? No, ve lo dico io, ma la gente ha bisogno di manicheismo). A livello di bar sport si parla della bonifica delle paludi pontine e della battaglia per il grano. A livello di ultimo anno di liceo si parla di Welfare, quota 90, politica economica. A livello di storiografia, si parla essenzialmente di pluralità e distinguo interni al fascismo, di politica estera e di funzione di contenimento nei confronti della Germania hitleriana. Al di là della valutazione caso per caso (l’esistenza di fascismi diversi e internamente conflittuali è opinabile), è interessante notare, come nessuna di queste cose sia effettivamente “fascista”; più che altro perché il fascismo come applicazione di un’ideologia o è rimasto a uno stato fetale (come per quanto riguarda l’economia); o è stato abortito (l’istituzionalizzazione dello squadrismo, il "tradimento" dei Patti Lateranensi). Lo stesso discorso di fascismo come “prassi”, non è altro che una giustificazione dell’assenza di un sistema ideologico decente. C’è da dire anche  che le suddette sono tutte posizioni storicamente perdenti e anacronistiche: per dire, la contiguità Stato-privati e l’economia mista nelle forme che ci portiamo dietro da allora hanno soffocato questo paese, come recenti vicende insegnano.
Punto 3.
L’utilizzo strumentale della Storia. La razza reietta degli storici è capace di discutere strumentalmente sulle beghe degli Assiri, quindi figuriamoci su un evento che, per negazione, fonda la Repubblica Italiana e da cui escono chiaramente dei vincitori e dei vinti. Un punto di forza degli sconfitti di ogni colore è, tipicamente, il luogo comune secondo cui “la Storia la scrivono i vincitori”. Su questo luogo comune si proietta la domanda che Ginzburg si pone in un suo bel libro (Storia, retorica, prova): esiste una verità storica o gli storici si limitano a proiettare sul passato le proprie passioni? Al di là delle conclusioni “positiviste” dell’autore, quel che mi interessa è che Ginzburg identifica le radici del relativismo storico in uno scritto incompiuto di Nietzsche (Sulla verità e sulla menzogna). Dalla visione nietzscheana di negazione di un concetto di verità deriva la visione della Storia come Retorica. Tuttavia, e qui dico la mia posizione, la conclusione nietzscheana “pura” dovrebbe essere una sostanziale svalutazione del passato storico, non il suo utilizzo strumentale: come basare un qualcosa di autentico, come il presente, su qualcosa di traballante, come il passato? Nel momento in cui non si attribuisce a nessuno la possibilità di giudicare in modo imparziale la storia, il revisionismo è – dal punto di vista teorico – altrettanto vacuo quanto la storiografia ufficiale. Su questo punto, a mio parere, sbatte la testa l’utilizzo strumentale della storia del fascismo. Per scardinare lo status quo democratico, il neofascismo dovrebbe svalutare il passato storico (anche il proprio), invece non fa che rimestarvi. Al contrario, l’atteggiamento vincente da parte di chi è parte dello status quo democratico, dovrebbe essere quello di integrare il fascismo nella Storia, parlare del fascismo come di un fatto storico – come, che posso dire, le guerre napoleoniche - non come di un’entità astorica. Invece, mi pare che “fascistoide” sia la nuova parola preferita di Bersani (ma è campagna elettorale, quindi gliela si perdona).

sabato 26 gennaio 2013

Essere Jacopo Fo

Jacopo Fo in compagnia della ragione per
cui lui può scrivere sul Fatto e io no.

Chiariamolo da subito, non ho problemi con Beppe Grillo. È il suo fan club che mi urta. Con “fan club” non voglio indicare gli attivisti, ma quei personaggi pubblici anti-establishment a priori che, dalla Bolognina (e anche prima, per i più attempati) in poi, hanno riversato il loro supposto dissenso anticasta all’essenza di tartufo di Alba nelle varie aberrazioni trasversaliste che hanno drenato i figli scemi dei delusi di sinistra negli ultimi vent’anni. Gente che ha esaurito i colori secondari derivati dal Rosso (il rosa è da gay quindi non sia mai) e si è buttata sul nuovo, grande, funzionante contenitore di nostalgici della sinistra della sinistra, e della sinistra della sinistra della sinistra, e degli scissionisti della sinistra della sinistra della sinistra che nei “mitici” anni settanta “fecero” “tanto” per questo paese. Gente che di solito scrive sul Fatto Quotidiano, soprattutto dopo l'esclusione di Luca Telese, o ha diritto di parola nei programmi di Santoro. Jacopo Fo, prole di Dario, uno dei tanti figli d’arte delle cui opinioni faremmo volentieri a meno (io farei a meno anche di quelle del padre, ma Stoccolma non è d'accordo), ne è il degno rappresentante. Jacopo Fo ama Beppe Grillo fisicamente, quindi si può ragionevolmente supporre che ne condivida le linee politiche sostanziali. Ma Jacopo Fo poi un giorno si è svegliato e ha scoperto che il Movimento 5 Stelle non è di sinistra, e con Pd, Sel e Rivoluzione Civile non ha nulla a che fare. E ha scritto questa roba qui. Ora io immagino una cosa del tipo:

Signor Fo jr, lei che ne pensa dei partiti?
Merda. Via i finanziamenti pubblici. Mandiamoli tutti a casa. Solo il M5S rappresenta la volontà degli italiani.
Dei sindacati?
Vaffanculo. Sono una casta che tutela solo se stessa. Aboliamoli.
Dei senatori a vita?
Vecchi che rappresentano il vecchiume della prima repubblica. Se ne vadano all’ospizio.
Dell’Euro e dell’Unione Europea?
I cittadini devono poter decidere sulla propria sovranità monetaria. Basta sudditanza alle banche. Italia agli italiani.
Dell'immigrazione?
I flussi migratori vanno gestiti all'origine. Basta con i tabù buonisti dell'integrazione e della solidarietà.
E se in tutto ciò ci mettiamo anche un’aquila e un’ascia con dei legnetti intorno?
No, no allora no. Allora voto Ingroia.

giovedì 24 gennaio 2013

Sputare nel piatto in cui si mangia


Perché anche i romanisti e gli interisti che ancora non hanno Twitter sappiano di cosa sto parlando, ieri Daria Bignardi, votante alle primarie (Vendola-Renzi, a quanto ho capito) e moglie di un noto sostenitore di Renzi (che, non dimentichiamolo, è del Partito Democratico), ha condotto la prima puntata delle Invasioni Barbariche. Non sta a me giudicare se lo ha fatto bene o male e, certo, lo ha fatto su un canale pieno di arrivisti e populisti disposti a vendersi per un piatto di lenticchie, ma sostanzialmente la puntata di ieri è stato il miglior spot elettorale per il Partito Democratico e per la coalizione Italia Bene Comune da quando Veltroni ha dichiarato di ritirarsi. In parole povere, ha fatto dire a Renzi che se i suoi sostenitori votano Bersani, prima o poi avranno il morbidoso sindaco di Firenze come segretario barra presidente del consiglio barra imperatore dell’universo (a seconda della gravità del renzismo del telespettatore). Ha fatto poi dire a Bruno Barbieri che voterà Partito Democratico, con l’endorsement di Jo Bastianich, che probabilmente gradisce la sintonia di Sua Morbidosità con la politica estera dell’abbronzato inquilino della Casa Bianca. Tutto ciò, in un momento in cui Masterchef è l’unico reality guardabile in Tv. Ha poi intervistato Tiziano Ferro - parlando di omosessualità fra smancerie e doppi sensi – e ha tirato fuori all'unica figura nazional-popolare bipartisan italiana che si vuole sposare, e si vuole sposare in questo paese. Geppi Cucciari ha dato giù duro sul Pdl. Più spot di così. Probabilmente qualche grillino  che per caso avrà visto la trasmissione a casa di un amico colluso con l’apparato (i grillini non hanno la televisione) potrà aver avuto la conferma dell’ingiustizia perpetrata dall’establishment dei media corrotto dalla politica ladra belin bla bla bla. E probabilmente ha ragione, ma sticazzi, sempre meglio della Biowashball. Ma il messaggio della trasmissione di ieri è stato: votate Partito Democratico, o al massimo Sel, cazzo (per dirla alla Cracco). Ora, questo non mi destabilizza: mi sembra una cosa plausibile, se non altro è concorrenza al presidente di reti concorrenti. Mi destabilizza invece che il giornale del Partito Democratico il giorno dopo pubblichi questo articolo.

La fine dell'infanzia

"Per noi tutti esiste una “zona crepuscolare” fra storia e memoria; fra il passato come ar­chivio generale aperto a un’indagine relativamente spassionata, e il passato come parte o sfondo dei propri ricordi personali. Per i singoli individui questa zona si stende dal punto d'inizio delle tradizioni o memorie familiari ancora vive [...] fino al termine dell'infanzia, quando le vicende pubbliche e quelle private sono avvertite come inseparabili e si definiscono reciprocamente ("l'ho conosciuto poco prima della guerra"; "Kennedy dev'essere morto nel 1963 perché io ero ancora a Boston")."

(Eric Hobsbawm, L'età degli imperi)

Ecco, la mia infanzia è finita il 24 Gennaio 2008. Ero in macchina con i miei genitori, avevamo ancora una Mercedes C200. L'avremmo venduta perché il cane stava scomodo. Oggi anche il mio cane non c'è più. Insegna agli angeli a pisciare in salotto. Quella sera, stavamo andando a una qualche cena con amici. C'era tensione. Ecco, quella sera finì la mia infanzia. La Storia prese la mia verginità. La Storia assunse queste sembianze:


A 5 anni di distanza, per non dimenticare. Tommaso Padoa-Schioppa, sit tibi terra levis.

domenica 20 gennaio 2013

Ouroboros

Ovvero: come strozzare il mortale serpente che si annida nella mente del sostenitore di Ingroia medio.


Dato empirico:
C’è talmente tanto centro al centro, che il Pd non prenderà un voto alla sua destra. Non c'è un afflusso di voti alternativo. Anche perché prendere voti a Monti non è neanche poi così utile.
Strategia:
Bersani può però rimediare sugli anti-monti a priori alla sua sinistra, o nella galassia grillino/ex-post-criptocomunista. Sì, quelli alla cui stupidità abbiamo finora avuto possibilità di imputare la responsabilità per le débacles degli ultimi vent’anni. Sconfitte - soprattutto la falsa vittoria del 2006, che è stata forse la più grave - di cui è colpevole, per inciso, la classe dirigente del Centrosinistra, che non è stata capace di porre rimedio a questo annoso circolo vizioso. Ma non diciamolo troppo in giro: abbiamo un’altra chance. Quest’anno il Pd ha lo strumento, Sel. Che è una costola del Pd, ma anche su questo… Sst. Per ora sembrano essersene accorti in pochi. Per esempio, Vendola ancora non l’ha capito. Il grillino/ex-post-criptocomunista voterebbe Vendola. Il suo problema è che sta con il Pd, che sta con Monti.
Cosa dovrebbe fare Bersani nel truculento boschetto della mia fantasia:
Sterminare i sondaggisti, interrompendo il ciclo al secondo step. Tutti quanti. Cancro di questo paese.
Cosa potrebbe fare, ragionevolmente, Bersani:
Smentire Monti e dire che il centrosinistra vince da solo. Dirlo incessantemente, con sicumera: vincerà senza desistenze, apparentamenti o compromessi. Prenderà il 40%. Sparare, magari con l'aiuto di Vendola, due troiate sulla Patrimoniale (nulla di tecnico, alla Fassina, una cosa generica). Basare le sue affermazioni su sondaggi favorevolissimi. Esattamente come fa B. Che per ora è l’unico politico che, in campagna elettorale, potremmo prendere a esempio. Non se ne esce senza giocare duro in campagna elettorale. Le ultime le ha vinte chi ha giocato più duro. Questo è l'unico modo per rendersi presentabili a sinistra, e far entrare voti a Sel. Poi l'accordo con Monti si potrà sempre fare, se neanche questo bastasse. Ma, per esempio, potrebbero bastare i voti degli ingroiani meno talebani.

P.s.: Il primo giornale-non-pagato-da-Berlusconi (Capito Travaglio? Capito Sofri?) che pubblicherà un articolo dal titolo “Il centrosinistra non ha perso oggi, ma il 2 dicembre” sarà il responsabile diretto dei prossimi cinque anni di sfascio. Almeno su questo i dirigenti del Pd sapranno a chi dare la colpa.

lunedì 14 gennaio 2013

Headline twice the size of the story

Ovvero: cosa succede quando si viola una regoletta scritta più o meno a pagina 11 di un manuale di giornalismo qualsiasi. "Il titolo deve essere coerente con l'articolo".
Ci sono varie distinzioni fra i vari tipi di titolo, che possiamo ricondurre essenzialmente a (Papuzzi) paradigmatici ed enunciativi, a seconda della maggiore o minore carica emozionale. Ad esempio:
BONINO: DIFFUSE NOTIZIE FALSE
è enunciativo
GIORNALISMO ITALIANO MERDA
è paradigmatico.
Ora, se il testo non è scritto, ma in forma di messaggio audio, il giornalista medio italiano può imbrogliare solo sul titolo, dando per enunciativo quello che è paradigmatico. E in questo caso, falso. Ma il lettore legge il titolo, si fa un'idea, e la applica pregiudizialmente al testo multimediale, la cui consultazione è più emozionale, meno verificabile sul momento rispetto a un testo scritto. Gli americani parlano di "functional fixedness".

Ora c'è questa registrazione di Repubblica, titolata "non ho potuto parlare in chiesa".
Primo punto: non è una dichiarazione puntuale. E' quello che è avvenuto, non quello che è stato detto, la Bonino, per ora, ha detto "non so".
Ora, se fosse un titolo enunciativo, la notizia non è una notizia.
Quindi è paradigmatico. Si vuole attribuire alla Bonino una polemica.
Da questa fonte, i quotidiani online titolano:

Bonino: il prete la zittisce in Chiesa 

La Chiesa mortifica il ricordo di Mariangela Melato


<<Non hanno voluto che la ricordassi in Chiesa>>


Discorso Bonino vietato in Chiesa.


Etc. Cercateveli. Insomma sostanzialmente si attribuisce alla Bonino una presa di posizione sul momento, che non c'è stata, e si presenta come un fatto - vero o probabile - un'azione diretta nei confronti della Bonino da parte di una autorità non ben definita (il prete se ne tira fuori, "loro" non hanno voluto che la ricordassi... Loro chi?), azione che è tutta da provare. E probabilmente ci sono anche degli appigli normativi, poi insomma, come la Bonino, neanche io so molto sulle cerimonie religiose. Ma questo non importa. Renzo Arbore ha evidentemente abboccato dicendo che il prete "deve andare all'inferno" e ogni bravo giornalista ha il suo quadretto stereotipato buoni-cattivi in un contesto tragico e lacrimevole.

Da cui, fra tweet di Saviano e indivanados vari, la notizia, sul più populista dei social network, filtra così:

Per ora, non c'è stata nessuna conferma, né smentita. La conferma darebbe titoloni per un altro paio di giorni, giustificati in questo caso. La smentita non è una notizia. Ma i quotidiani hanno già titolato, non dando una notizia che non è una notizia (sono state applicate le regole), ma dandone un'interpretazione.
Conclusioni:
1) Siamo ancora lontani dai sogni della qualità del giornalismo digitale. E quello cartaceo fa sempre schifo.
2) Con Ratzinger, l'anticlericalismo tira una cifra. Perché nessun partito ci fa ancora un pensierino?