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| Slut shaming |
Ieri il Fatto Quotidiano pubblicava, entrambi a
pagina 6, due articoli che apparentemente hanno poco a che fare l'uno con l'altro, ma - a mio parere - rilevano
bene la situazione in cui versa un tema che invece dovrebbe essere fondamentale
per un paese come l’Italia: la laicità. Si tratta dell’articolo di Marco Politi
sulle dichiarazioni di Bagnasco, che sostanzialmente non appoggia nessuno, e l’intervista
di Fabrizio d’Esposito a Giovanni Negri, ex segretario dei Radicali, che spara
a zero su Burghiba-Pannella e “Nonna Emma”. Il primo articolo sarebbe di un’inutilità
disarmante altrove, e non può che sollevare una domanda: perché, mentre l’anticlericalismo
populista e l’ateismo militante vanno per la maggiore fra il popolino isterico
per l’Imu, dobbiamo stare a sentire Bagnasco, anche quando non dice nulla? La risposta è nell’intervista:
perché abbiamo affidato la difesa della laicità dello Stato al partito più
incapace e vacuo della seconda repubblica. A un partito che prende le difese
della prostituzione perché la prostituzione non è altro che la sua pratica
politica più consueta. I radicali ricordano quelle gallinacee digitali che mettono su
Facebook le foto in bikini a Gennaio e starnazzano indignate quando qualcuno commenta con frasi da allupato. Il web le chiama attention whores: il punto non è il moralismo o una qualche forma di slut-shaming maschilista, ma la il perverso gioco psicologico delle attention whores, che “chiamano” gli allupati per poi insultarli. Così fanno i radicali. Pannella fa lo sciopero della fame a governo caduto,
se la prende con il Pd perché non li ha messi nella coalizione dopo aver tenuto
in vita il governo Berlusconi (e quindi esser stati direttamente responsabili dell’ultimo anno e mezzo di agonia e dell’anno di riparazione montiano), la
spara grossa sull’alleanza con Storace e poi “non riesce a farsi inviare il
simbolo in tempo”. Ora sdogana Cosentino e si lamenta di esser stato escluso
dalla corsa alle Regionali nel Lazio poiché nella lista le donne erano più degli uomini (quindi, loro lo sapevano bene, la lista era irregolare). Non ne è
esente neanche la Bonino che, dopo aver fatto la campagna elettorale per la regione Lazio in Piemonte, ha sparato a zero sull’intero centrosinistra perché
non l’avrebbe “appoggiata abbastanza”, e di recente si è prestata alla
strumentalizzazione della vicenda del funerale della Melato, di cui si parlava
nel primo post di questo blog. C’è un pattern fisso nel modo di agire dei
radicali: violare deliberatamente regole scritte o non scritte e poi
scandalizzarsi quando queste vengono applicate, da un’autorità o dall’elettorato. Ma hanno veramente intenzione di essere un soggetto politico?
Io penso che Pannella e company, oltre a non essersi saputi rinnovare in nessun
modo e a commettere di continuo ingenuità macroscopiche, abbiano da tempo deliberatamente smesso di cercare voti per dedicarsi alla ben più agevole
rincorsa alla visibilità, alla pietà generale e ai fondi per la loro radio. Nell’intervista,
Negri, ora produttore di vino nelle Langhe (nel più classico degli stereotipi
da radical chic) denuncia che mentre anche Giannino è riuscito a presentare le
sue liste in tutte le regioni, la ridicola lista “Amnistia Giustizia e Libertà”
(perché non si chiamano direttamente Radicali? Vogliono proprio perdere) ha
bucato Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Marche,
Umbria, Veneto, Trentino Alto Adige. “Eppure per i radicali la raccolta delle
firme è una sorta di religione”. Negri
sospetta il complotto. “La Storia potrebbe essere la stessa di
17 anni fa. Sono convinto che i Luminosi Leader ritentano il film già visto nel
1996, quando il Cavalier Silvio voleva riempirli di seggi, ma loro optarono per
un contratto: << macché seggi, firma queste tre pagine dal notaio. Noi
nessuna lista o una robetta, tu ci dai un miliardo e 200 milioni di lire di
rimborso spese, più un miliardo e 800 milioni all’anno per tutta la durata
della legislatura>>”.




