A due giorni di distanza dalla Giornata della Memoria, mi
interessava riprendere alcuni punti del dibattito sulle dichiarazioni di B e il
revisionismo, da un punto di vista, per così dire, teorico. Ho tre cose da dire, con un tono serio abbastanza fuori luogo in questo blog. In ogni caso, l'argomento si lega a quanto si diceva, nel post precedente, cioè come il fascismo sia oggi poco più che un simbolo per molti, in
negativo o in positivo. Infatti da una parte c’è una replica non-violenta ma comunque
anti-istituzionale della marcia su Roma che si arresta davanti ai simboli di un’aquila e di un
fascio; dall’altra parte c’è chi - ficcando nel fascismo Plotino, Mao e Cecco d’Ascoli
– si fa andar bene un po’ di tutto pur di portarne il vessillo, e poco più, nel terzo millennio.
Punto 1.Perché B ha un’uscita del genere nella Giornata della Memoria? Io non penso sia strategia elettorale: ai duri e puri non basta questo contentino, i fascisti della Domenica si accontentano di non far vincere la sinistra e lo voteranno comunque. Il sistema mediatico dietro B è saltato negli ultimi anni, o comunque ci siamo talmente abituati che non ci sembra più una sorpresa. B l’ha detto perché lo pensa: i vecchi dicono quello che pensano, non importa quanto sia imbarazzante la situazione, e B è un povero vecchio. Ha detto, tra l’altro, quello che pensano in tanti. Io stesso, per spiegare in modo semplice a una persona straniera, in inglese, perché in Italia l'estrema destra variamente neofascista fosse determinante per il centrodestra berlusconiano ho pronunciato la fatidica frase, più o meno nei termini di B. In Germania hanno collassato del tutto in modo traumatico e drammatico, qui invece c’è stata una continuità basata sulle “cose buone” di Mussolini. Vagli a spiegare per bene la malleabilità ideologica del concetto di fascismo e l’opinabilità delle istituzioni in continuità. Ma è un qualcosa che ha detto anche Montanelli. Quando De Felice lo mise su carta, i socialisti schiamazzarono (un po’ come avviene oggi), mentre già allora comunisti come Amendola presero le distanze dal linciaggio isterico. Vorrei in seguito dimostrare come quest’ultima sia l’unica posizione vincente possibile.
Punto 2.
Di cosa si parla quando si parla di “cose buone” (ha senso parlare di “cose buone” in Storia? No, ve lo dico io, ma la gente ha bisogno di manicheismo). A livello di bar sport si parla della bonifica delle paludi pontine e della battaglia per il grano. A livello di ultimo anno di liceo si parla di Welfare, quota 90, politica economica. A livello di storiografia, si parla essenzialmente di pluralità e distinguo interni al fascismo, di politica estera e di funzione di contenimento nei confronti della Germania hitleriana. Al di là della valutazione caso per caso (l’esistenza di fascismi diversi e internamente conflittuali è opinabile), è interessante notare, come nessuna di queste cose sia effettivamente “fascista”; più che altro perché il fascismo come applicazione di un’ideologia o è rimasto a uno stato fetale (come per quanto riguarda l’economia); o è stato abortito (l’istituzionalizzazione dello squadrismo, il "tradimento" dei Patti Lateranensi). Lo stesso discorso di fascismo come “prassi”, non è altro che una giustificazione dell’assenza di un sistema ideologico decente. C’è da dire anche che le suddette sono tutte posizioni storicamente perdenti e anacronistiche: per dire, la contiguità Stato-privati e l’economia mista nelle forme che ci portiamo dietro da allora hanno soffocato questo paese, come recenti vicende insegnano.
Di cosa si parla quando si parla di “cose buone” (ha senso parlare di “cose buone” in Storia? No, ve lo dico io, ma la gente ha bisogno di manicheismo). A livello di bar sport si parla della bonifica delle paludi pontine e della battaglia per il grano. A livello di ultimo anno di liceo si parla di Welfare, quota 90, politica economica. A livello di storiografia, si parla essenzialmente di pluralità e distinguo interni al fascismo, di politica estera e di funzione di contenimento nei confronti della Germania hitleriana. Al di là della valutazione caso per caso (l’esistenza di fascismi diversi e internamente conflittuali è opinabile), è interessante notare, come nessuna di queste cose sia effettivamente “fascista”; più che altro perché il fascismo come applicazione di un’ideologia o è rimasto a uno stato fetale (come per quanto riguarda l’economia); o è stato abortito (l’istituzionalizzazione dello squadrismo, il "tradimento" dei Patti Lateranensi). Lo stesso discorso di fascismo come “prassi”, non è altro che una giustificazione dell’assenza di un sistema ideologico decente. C’è da dire anche che le suddette sono tutte posizioni storicamente perdenti e anacronistiche: per dire, la contiguità Stato-privati e l’economia mista nelle forme che ci portiamo dietro da allora hanno soffocato questo paese, come recenti vicende insegnano.
Punto 3.
L’utilizzo strumentale della Storia. La razza reietta degli storici è capace di discutere strumentalmente sulle beghe degli Assiri, quindi figuriamoci su un evento che, per negazione, fonda la Repubblica Italiana e da cui escono chiaramente dei vincitori e dei vinti. Un punto di forza degli sconfitti di ogni colore è, tipicamente, il luogo comune secondo cui “la Storia la scrivono i vincitori”. Su questo luogo comune si proietta la domanda che Ginzburg si pone in un suo bel libro (Storia, retorica, prova): esiste una verità storica o gli storici si limitano a proiettare sul passato le proprie passioni? Al di là delle conclusioni “positiviste” dell’autore, quel che mi interessa è che Ginzburg identifica le radici del relativismo storico in uno scritto incompiuto di Nietzsche (Sulla verità e sulla menzogna). Dalla visione nietzscheana di negazione di un concetto di verità deriva la visione della Storia come Retorica. Tuttavia, e qui dico la mia posizione, la conclusione nietzscheana “pura” dovrebbe essere una sostanziale svalutazione del passato storico, non il suo utilizzo strumentale: come basare un qualcosa di autentico, come il presente, su qualcosa di traballante, come il passato? Nel momento in cui non si attribuisce a nessuno la possibilità di giudicare in modo imparziale la storia, il revisionismo è – dal punto di vista teorico – altrettanto vacuo quanto la storiografia ufficiale. Su questo punto, a mio parere, sbatte la testa l’utilizzo strumentale della storia del fascismo. Per scardinare lo status quo democratico, il neofascismo dovrebbe svalutare il passato storico (anche il proprio), invece non fa che rimestarvi. Al contrario, l’atteggiamento vincente da parte di chi è parte dello status quo democratico, dovrebbe essere quello di integrare il fascismo nella Storia, parlare del fascismo come di un fatto storico – come, che posso dire, le guerre napoleoniche - non come di un’entità astorica. Invece, mi pare che “fascistoide” sia la nuova parola preferita di Bersani (ma è campagna elettorale, quindi gliela si perdona).
L’utilizzo strumentale della Storia. La razza reietta degli storici è capace di discutere strumentalmente sulle beghe degli Assiri, quindi figuriamoci su un evento che, per negazione, fonda la Repubblica Italiana e da cui escono chiaramente dei vincitori e dei vinti. Un punto di forza degli sconfitti di ogni colore è, tipicamente, il luogo comune secondo cui “la Storia la scrivono i vincitori”. Su questo luogo comune si proietta la domanda che Ginzburg si pone in un suo bel libro (Storia, retorica, prova): esiste una verità storica o gli storici si limitano a proiettare sul passato le proprie passioni? Al di là delle conclusioni “positiviste” dell’autore, quel che mi interessa è che Ginzburg identifica le radici del relativismo storico in uno scritto incompiuto di Nietzsche (Sulla verità e sulla menzogna). Dalla visione nietzscheana di negazione di un concetto di verità deriva la visione della Storia come Retorica. Tuttavia, e qui dico la mia posizione, la conclusione nietzscheana “pura” dovrebbe essere una sostanziale svalutazione del passato storico, non il suo utilizzo strumentale: come basare un qualcosa di autentico, come il presente, su qualcosa di traballante, come il passato? Nel momento in cui non si attribuisce a nessuno la possibilità di giudicare in modo imparziale la storia, il revisionismo è – dal punto di vista teorico – altrettanto vacuo quanto la storiografia ufficiale. Su questo punto, a mio parere, sbatte la testa l’utilizzo strumentale della storia del fascismo. Per scardinare lo status quo democratico, il neofascismo dovrebbe svalutare il passato storico (anche il proprio), invece non fa che rimestarvi. Al contrario, l’atteggiamento vincente da parte di chi è parte dello status quo democratico, dovrebbe essere quello di integrare il fascismo nella Storia, parlare del fascismo come di un fatto storico – come, che posso dire, le guerre napoleoniche - non come di un’entità astorica. Invece, mi pare che “fascistoide” sia la nuova parola preferita di Bersani (ma è campagna elettorale, quindi gliela si perdona).
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